Presso la Galleria Carifano (Palazzo Corbelli) Roberto Mangú

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Posted on : 14-05-2013 | By : pivari | In : Arte e Cultura

A Palazzo Corbelli (Galleria Carifano) di Fano, dal 7 giugno al 25 agosto 2013, sarà visitabile la mostra su Roberto Mangú organizzata da Museo di Santa Giulia di Brescia, co-promotori Brescia Musei, Fondazione Gruppo Credito Valtellinese e Carifano, con il coordinamento di Fondazione Gruppo Credito Valtellinese e in collaborazione con Assessorato alla Cultura del Comune di Fano

Roberto Mangú - Stele Idem Europa, 2011Il Mediterraneo, in andaluso il “Mar adentro”, è il protagonista delle grandi tele di Roberto Mangù proposte alla Galleria Carifano, a Fano, dal 7 giugno al 25 agosto 2013. La mostra-evento è organizzata da Museo di Santa Giulia (sede della prima tappa dell’esposizione), co-promossa da Brescia Musei, Fondazione Gruppo Credito Valtellinese e da Carifano, con il coordinamento della Fondazione Gruppo Credito Valtellinese, ed è curata da Véronique Serrano, direttore Musée Bonnard di Le Cannet, e Dominique Stella.

Mar Adentro evoca anche quel rapporto particolare che l’artista intrattiene con il Mare interiore che è anche il nostro: il Mediterraneo. Il suo lavoro, da tempo, s’iscrive in una mitologia nutrita di coste luminose appartenenti a questo spazio “mitico” che ha ispirato la nostra civiltà. È uno spazio con cui si sono misurati poeti, scrittori, cineasti e che ha dato il titolo a canzoni intense e al non meno intenso film di Alejandro Amenábar.
Aragon scriveva: «Ciò che è stato sarà, purché ce ne ricordiamo».

La mostra propone un percorso nell’immaginario pittorico di Roberto Mangú, artista di notorietà europea, tramite un seguito di circa 45 opere di grande formato e disegni di formato più piccolo, legate, appunto, al suo rapporto poetico con il Mare Mediterraneo. Di origine andalusa, Mangú ha il Mediterraneo nel sangue. Cresciuto intellettualmente a Parigi, ha saputo far convivere la sua doppia natura di mediterraneo e di figlio dell’“Industria Europea”, nel suo peregrinare giunge a Milano, il posto giusto per lui dove ha infatti vissuto per anni.
Dall’Andalusia riceve la cultura del mare, la cultura dell’oro, la cultura della notte e quella del viaggiare. Dalla cultura del Nord riceve lo spirito e la forza dell’industria.
La somma di queste esperienze e il suo percorso umano, che lo ha portato a toccare i tre paesi mediterranei ha prodotto in lui e nella sua arte una visione poetica fortemente identitaria, nella quale l’Italia riveste la forma di un “Essere in Piedi”.

La pittura di Roberto Mangú si esprime in uno spazio temporale che appartiene al nostro presente, ma si colloca in una prospettiva atemporale, designando un «altro attuale» che – secondo la definizione di Emmanuel Lévinas – interrompe una continuità lineare sia per inserirsi nella memoria che per proiettarsi nel futuro. Questa certezza, profondamente insita nell’artista, di provocare il destino della pittura, data per morta nel secolo passato, ci offre lo spunto per una riflessione estremamente profonda e attuale sulla nostra sorte. I dubbi e le incertezze che incombono ogni giorno sugli uomini ci obbligano a incessanti riferimenti al senso del tempo, come se quest’ultimo progredisse nell’ineluttabile conseguenza dell’istante che lo precede.

Roberto MangúRoberto Mangú, per le sue origini, per il suo credo, aderisce a questa eredità luminosa e tragica al tempo stesso, abbagliante e contrastata, veicolo di tanti sogni e speranze e che egli vede come un vasto territorio comprendente l’Africa e il cui centro è l’Italia, ricordandosi dei Girasoli di Van Gogh nei campi di grano della Provenza, di Picasso e di Mirò – che rivolsero il loro sguardo alle altitudini delle loro origini andaluse e catalane – e di Nicolas de Staël, quel russo divenuto mediterraneo che soccombette alla singolarità tragica di questo mare sfracellandosi sulle rocce di Antibes.
Recentemente Mangú è stato invitato dal Musée Bonnard di Le Cannet ad illustrare in catalogo della mostra Bonnard, dans la lumière de la Méditerranée (Ed. Hazan, 2011), il suo rapporto identitario e pittorico con il maestro francese al quale si riferisce: “Noi pittori, e in particolare noi, i figli di Bonnard, sperimentiamo una singolare situazione che ci conferisce questa duplice condizione di essere, in quanto pittori, i possibili eroi che rendono visibile il mondo in potenza, e allo stesso tempo i più sospettati, per una certa doxa sulla modernità, di utilizzare mezzi retrogradi.”
La mostra Mar Adentro è una riflessione sulla modernità, sull’idea stessa di pittura in un tempo iconoclasta.

Il catalogo, ripropone il saggio di Roberto Mangú, pubblicato nel catalogo Hazan, contiene una introduzione di Philippe Daverio, un testo di Véronique Serrano e un testo di Dominique Stella.

Mostra organizzata da Museo di Santa Giulia, co-promotori Brescia Musei, Fondazione Gruppo Credito Valtellinese e Carifano, con il coordinamento di Fondazione Gruppo Credito Valtellinese e in collaborazione con Assessorato alla Cultura del Comune di Fano.

Roberto Mangú. Mar adentro
A cura di Dominique Stella e Véronique Serrano
Sede: Galleria Carifano, Palazzo Corbelli
Via Arco d’Augusto 47 – Fano
Inaugurazione: giovedì 6 giugno, ore 19.00
Galleria Carifano, Palazzo Corbelli
Durata mostra: 7 giugno – 25 agosto 2013

Informazioni al pubblico:
Gallerie Gruppo Credito Valtellinese
tel. +39 02.4800.8015
www.creval.it

Ufficio stampa:
Studio ESSECI – Sergio Campagnolo
tel. +39 049.663.499
info@studioesseci.net


Maurizio Cattelan: genio e sregolatezza al Salone del Mobile di Milano

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Posted on : 14-05-2013 | By : fabriziorossin | In : Arte e Cultura

Non poteva mancare al Salone Internazionale del Mobile di Milano il contributo dell’artista che forse ha dato di più all’arte contemporanea in Italia e nel mondo: Maurizio Cattelan.

Decisamente interessante e ‘fruttuosa’ la collaborazione con Saletti, che ha dato vita ad una serie di oggetti e manufatti molto particolari, arricchiti dallo stile provocatorio e inconfondibile dell’artista italiano. Elementi decisamente inusuali, come sturalavandini, saponi masticati e pulcini a cui un paio di forbici stanno asportando un’ala, si ripetono in maniera quasi ossessiva su quelli che consideriamo a tutti gli effetti ‘oggetti di uso quotidiano’, prodotti che tutti abbiamo posseduto almeno una volta nella nostra vita.

Maurizio Cattelan, lo sappiamo, non è nuovo a iniziative originali di questo tipo. Di fatto, è proprio con le sue opere provocatorie che Cattelan ha saputo guadagnarsi un notevole riscontro da parte del mondo dell’arte e dal pubblico stesso.

L’artista nasce nel 1960. Inizia a lavorare nella città di Milano dove, in linea con le tendenze dell’arte concettuale, realizzando oggetti non-funzionanti. Maurizio Cattelan si fa notare in modo particolare con la sua mostra nel 1991, anno in cui viene presentata ‘Stadium 1991′. Nel 1986, esibisce ‘Untitled’, tela avvicinabile alle opere di Fontana con i tipici tagli (disposti ad ogni modo secondo una particolare, quanto inusuale, forma a zeta). Tra i lavori e le opere più note, discusse e criticate dell’artista italiano non si può poi non menzionare l’opera Campagna Elettorale, con la pubblicazione di una pubblicità elettorale su La Repubblica con la dicitura ‘Il voto è prezioso, tienitelo’ firmato da una ‘Cooperativa scienzati romagnoli’, Fondazione Oblomov del 1992 in cui Maurizio Cattelan riesce a ottenere più di diecimila dollari per consegnarli al primo artista che avesse acconsentito ad astenersi per un anno dal mostrare il suo operato, Lavorare è un brutto mestiere del 1993, Errotin Le Vrai Lapin del 1994, A Perfect Day del 1999.

Adesso Maurizio Cattelan opera fra Milano e New York. Si occupa di editare la rivista Permanent Food assieme a Paola Manfrin e Dominique Gonzalez-Foerster e la rivista d’arte Charley. Collabora pure con la rivista d’arte contemporanea Flash Art e nell’anno 2010 ha dato vita al progetto Toilet Paper con Pierpaolo Ferrari.

Il sito Toilet Paper Magazine ricalca alla perfezione lo stile e il pensiero soggiacente alle ultime opere dell’artista contemporaneo italiano, peraltro ben sottolineate dall’intervista a Maurizio Cattelan sul sito Klat Magazine .


La luna sul Colosseo e altre offerte culturali speciali a Roma

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Posted on : 14-05-2013 | By : Italytravels | In : Arte e Cultura, Attualità e notizie, Comunicati stampa, Eventi, Tempo libero, Viaggi e Turismo

In occasione della primavera 2013 Roma viene incontro alla cultura tramite l’offerta di speciali tour culturali.

Dal 2 maggio fino al 2 novembre 2013, di giovedì e di sabato sera, vengono organizzate delle visite speciali del Colosseo, in occasione dell’evento “La luna sul Colosseo + Sotterranei”.
Il tour di gruppo permette ai visitatori di entrare direttamente al museo saltando le code d’ingresso (molto frequenti di giorno). Il monumento è appositamente illuminato, una visione davvero unica da godere con amici, familiari o con il proprio partner. Di sera inoltre si può approfittare dell’aria fresca, evitando la tipica afa romana.
Una guida esperta accompagna i visitatori, raccontando la storia del monumento e portandoli alla scoperta di un’area recentemente restaurata: la zona ipogea. Quest’area è particolarmente suggestiva, è il luogo in cui i gladiatori e le belve attendevano prima di iniziare i combattimenti nell’arena.

Inoltre se desiderate visitare i principali monumenti di Roma potete approfittare di 2 nuovi imperdibili pacchetti culturali. L’itinerario “Roma di notte” comprende l’ingresso senza code ai Musei Vaticani e alla Cappella Sistina il venerdì sera e la visita guidata al Colosseo e ai Sotterranei il sabato sera. Il pacchetto è disponibile da maggio a fine ottobre ad eccezione del mese di agosto. L’altro tour speciale della Capitale è intitolato “Sabato a Roma”. I visitatori alle 13:30 parteciperanno alla visita guidata dei Musei Vaticani e della Cappella Sistina ed alle 20:30 al tour del Colosseo e dei Sotterranei. L’offerta è disponibile da maggio a novembre.

Per avere maggiori informazioni potete contattare Italy Travels, operatore specializzato nell’organizzazione di tour culturali, al numero 055 2670402, all’indirizzo mail info@italy-travels.it e potete visitare le pagine www.museumsrome.com e www.ticketsrome.com


La regalità calò dal cielo record di vendita: ottava posizione su Ibs

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Posted on : 09-05-2013 | By : Alessia Mocci | In : Arte e Cultura

Essere nella classifica dei cento libri più venduti della settimana su Ibs, considerando il cospicuo numero di pubblicazioni che avvengono ogni giorno in Italia, è una soddisfazione per un autore, soprattutto per un debuttante come Roberto Lirussi. Esser all’ottava posizione a soli sette scalini sotto Roberto Saviano è una doppia compiacenza.

Così, “La regalità calò dal cielo” di Roberto Lirussi, edito nel settembre del 2012 dalla casa editrice Edizioni Segno, raggiunge l’ottava posizione in un’importante classifica di vendita online. Un Thriller storico che indaga su una questione sempre attuale: le religioni e la loro genesi.

Un affascinante dialogo con l’autore attraverso i secoli ed attraverso le manipolazioni storico-filosofiche che ci sono state nel corso della storia delle civiltà umane e che il Lirussi ha indagato a fondo. “La regalità calò dal cielo” inizia il suo percorso 4336 anni fa, nel 2325 a.C., ed arriva sino al 2011. Due piani temporali che si uniscono nel narrare una storia in qualche modo diversa da quella che conosciamo, un’altra ipotesi che pone degli interrogativi su quella avvalorata e studiata in modo tradizionale.

Durante gli ultimi 30 anni, sono state fatte tantissime scoperte, grazie anche alla facilità di comunicazione che ha permesso e permette tramite la Rete Internet di poter conoscere la Terra in modo preciso e più immediato. Così anche per i saggi, le fonti e tutti gli strumenti difficilmente reperibili da chiunque in passato, oggi, possono essere reinterpretati e diffusi a tutti coloro che si pongono domande sulle origini dell’essere umano, le etnie primigene, le ataviche credenze che non erano ancora strutturate in religioni. Roberto Lirussi, in questo romanzo thriller, presenta i due piani temporali con dei personaggi che vivono la scoperta di antiche verità, arrivando a trasformare un saggio sulle civiltà pre-e post-sumere ed in un romanzo irto di mistero e di fascino, colpi di scena e suspance. E, forse, proprio per questa dinamica stilistica, l’autore, è riuscito ad ottenere una posizione ottima sul web e sulla diffusione del suo libro.

Non penso sia impossibile e nemmeno tanto difficile interpretare tali segni”, intervenne Clarissa, “parlo, evidentemente, da storica”. “Secondo me è un semplicissimo cuneiforme, magari agli albori, non ancora influenzato da altri linguaggi, proto-elamici o pre-ugartici. I simboli sono poi disposti in maniera totalmente ordinata, direi simmetrica, quindi stanno ad indicare che quanto è scritto è preciso, definito, non è una comunicazione ‘a spanne’”.

 

Il nome di Noè può essere simbolico (noah = aver riposo, quiete dopo la tempesta) come per i tre figli capostipiti di tutti i popoli. Nell’altro testo sacro babilonese dell’Enuma-Elish si descrive

la lotta tra Enlil, geloso del salvataggio dell’uomo, ed Enki. Il primo, per vendicarsi, ordina a Tiamat, essere vivente dei mari, invincibile, di generare dei mostri e comandare su tutti gli Dei, ma Marduk, figlio di Enki, lo uccide e riceve in compenso la supremazia su tutti gli Dei.

 

E l’autore, da buon storico, continua la sua indagine con una raccolta di saggi derivanti dai suoi studi universitari e da molte sue ricerche, letture ed indagini personali in uscita a maggio 2013 con la casa editrice Edizioni DrawUp nella sottocollana Oubliette. Una pubblicazione che presenta sin dal titolo la provocazione che Roberto lancia ai suoi lettori: “Dalla Svastica alla Bibbia, Vicino Oriente Antico, nascita ed evoluzione di etnie e religioni” testo che conferma la passione, obiettività e precisione con cui il Lirussi intraprende il suo lavoro.

 

I miei obiettivi sono due: primo, accumulare, ma non sicuramente per tenermelo per me e divulgare conoscenza, senza preconcetti o dogmi; secondo, sapere, poi, che ciò che era nel mio cervello, viene comunicato ad altre menti e, soprattutto, apprezzato”.

 

Crediamo siano tutti ulteriori motivi per interessarsi ai suoi particolarissimi ed al giorno d’oggi più che mai utili lavori in tempi di difficilissimo dialogo inter-etnico-religioso.

 

 

Written by Alessia Mocci

Addetto stampa (alessia.mocci@hotmail.it)

 

Info

https://www.facebook.com/groups/160247187335810

https://www.facebook.com/groups/208102522592777

 

Fonte

http://oubliettemagazine.com/2013/05/08/la-regalita-calo-dal-cielo-record-di-vendita-ottava-posizione-su-ibs/

 


Pane e vino (Lezione n. 14 – Chiesa di Cristo in Sorrento)

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Posted on : 09-05-2013 | By : Antonio2012 | In : Arte e Cultura

 

Ogni giorno ed istante della vita dei cristiani hanno uguale valore, ma ci sono un giorno ed un momento in cui il corpo di Cristo si raduna, col primario scopo di “spezzare il pane” (Atti 20:7) : espressione che indica il ricordo del sacrificio di Cristo.

“Poi prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: «Questo è il mio corpo che è dato per voi; fate questo in memoria di me». Allo stesso modo, dopo aver cenato, diede loro il calice dicendo: «Questo calice è il nuovo patto nel mio sangue, che è versato per voi.” (Luca 22:19-20)

La cena del Signore è l’atto distintivo per eccellenza della chiesa, dati i profondi significati che racchiude. Sintetizziamoli , precisando alcuni concetti:

  •  Si svolge nel primo giorno della settimana, chiamato dal Nuovo Testamento il “giorno del Signore” (Apocalisse 1:10) ed in seguito denominato dagli uomini “domenica” (dal latino Dominica Dies =giorno del Signore); è il giorno all’alba del quale il Signore è risorto (Marco 16:2, Giovanni 20:1) e alla sera del quale appariva ai discepoli riuniti (Giovanni 20:19,26) ; di domenica nacque la chiesa (la Pentecoste cadeva sempre di domenica: Atti 2:1, Levitico23:16); è il giorno in cui, riunendosi la chiesa, si raccoglievano le collette dei cristiani (I Corinzi 16:2); possiamo poi intuire che esso simboleggia il Nuovo Patto, la “nuova creazione” prodotta dal cristianesimo in rapporto al Vecchio Testamento: dal sabato, ultimo giorno della prima alleanza di Dio, alla domenica, primo giorno di una “settimana” creatrice nuova, di una era nuova, quella di Cristo (II Corinzi 5:17, Galati 6:15).
  • È applicazione del volere di Cristo (vd. Il versetto di Luca sopra riportato, Marco 14:22-25, Matteo 28:26-29 e I Corinzi 11:23-25)
  • Gli elementi da usare sono il pane ( simbolo del corpo di Cristo “spezzato” , ossia martoriato , ma poi “ricomposto” con la resurrezione) ed il vino (simbolo del Suo sangue versato): elementi semplici, reperibili ovunque, cibo quotidiano e basilare di tutti, così come deve esserlo la Parola di Dio.
  • Lo scopo è di ricordare, ma ricordare in modo molto responsabile ed attivo, come constatiamo da quanto segue.
  • Spezzare e mangiare un pezzo di pane e distribuire del vino, sono atti della comunità riunita, perché si vuole così indicare l’unione fra Capo e corpo e fra i membri del corpo stesso (I Corinzi 10:14-17 e 11:33). Si prende vita dal sacrificio di Cristo e questa vita ha senso se condivisa, trasmessa e praticata assieme. Parliamo sempre, ovviamente, dei membri della chiesa: chi non appartiene al corpo può solo assistere.
  • I significati interiori più profondi sono : dipendenza da Dio, gratitudine, esaminazione interiore. Gli elementi materiali rappresentano la comprensione e l’interiorizzazione dell’opera di Cristo: di ciò si rende grazie e lode al Padre, come fece lo stesso Gesù; consci della propria indegnità, si è grati per la dignità donataci in Cristo, per il perdono dei peccati e ci si impegna ad esaminarsi giorno dopo giorno, sforzandosi al massimo per porre rimedio alle lacune ed ad ogni situazione non coerente con la fede nel Signore. Non facendo questo ci si accosta a Dio ipocritamente e s’incorre nella Sua condanna (I Corinzi 11:27-32).
  • La cena , inoltre, è predicazione ed atto profetico: praticandola, dice Paolo, si annuncia la morte di Cristo, fino al giorno del Suo ritorno (I Corinzi 11:26). È un grande messaggio d’amore, fede ed ubbidienza rivolto al mondo: Cristo è morto per gli uomini e tornerà per giudicarli proprio in base al loro comportamento in rapporto al Suo sacrificio (Ebrei 10:29, I Tessalonicesi 5:2-3, passo in cui per  “giorno del Signore” si intende il Suo ritorno alla fine del mondo). I cristiani ed i visitatori dell’assemblea – questi ultimi bisognosi di convertirsi – hanno così qualcosa di particolare su cui riflettere. Simboleggiando un atto passato ed annunciando, assieme, un evento che sta per realizzarsi, la cena è una profezia gestuale certa, basata sulla promessa di Cristo.

Accenniamo ad alcuni altri aspetti, secondari ma non troppo:

  • Sappiamo che Gesù istituì il Suo memoriale durante la cena pasquale. Ciò ha portato alle volte delle comunità a celebrare il memoriale nel corso di un banchetto: un esempio lo troviamo a Corinto, dove Paolo riprende i fratelli prima di tutto per gli eccessi derivati da tale pratica: “Quando poi vi riunite insieme, quello che fate non è mangiare la cena del Signore;” “Non avete forse delle case per mangiare e bere? O disprezzate voi la chiesa di Dio e fate vergognare quelli che non hanno nulla?” “Se qualcuno ha fame, mangi a casa, perché non vi riuniate per attirare su di voi un giudizio.” (I Corinzi 11:20,22,34). In ogni caso, comunque, “radunarsi per la cena” è una cosa , prendere un pasto comune è un’altra. Nulla vieta ai fratelli – è ovvio – di banchettare con sobrietà al di fuori delle riunioni di culto.
  • Per quanto riguarda l’orario in cui ritrovarsi, abbiamo già detto che la Bibbia ci lascia liberi di deciderlo a seconda delle esigenze comuni. Sostenere che Gesù si radunò verso sera non significa nulla di vincolante (se è per questo, egli istituì la cena di venerdì, eppure va fatta la domenica!); in un comandamento, dobbiamo vedere l’essenziale: i punti sopra riportati sono il  vero nucleo che conta di questo memoriale. Ritrovarsi all’alba (come facevano a volte i primi cristiani, perché al tempo la domenica non era un giorno festivo e si lavorava) o in mattinata, nel primo pomeriggio o di sera, non fa alcuna differenza per Dio.
  • Non dobbiamo neppure prendere alla lettera altri aspetti marginali quali ad esempio il calice, la “stanza di sopra”  (Luca 22:12), ecc. : questi sono tutti aspetti ininfluenti : l’importante è  ritrovarsi tutti nel giorno del Signore, prendere pane e vino, pregare e cantare di cuore e verificare il proprio stato interiore per mezzo della Parola: se poi al posto del calice c’è un bicchiere, se ci si ritrova in uno scantinato o se invece di sedersi per terra (come usavano gli orientali, Gesù compreso) abbiamo delle sedie, ovviamente non fa alcuna differenza.
  • Il senso profondo della cena è legato essenzialmente alla comunità di cui si fa parte. Se sono della comunità di Udine faccio parte di quella famiglia ed ho precisi rapporti con i membri di essa: ne parleremo anche a proposito della colletta. Ciò non esclude di poter partecipare al culto di altre comunità (come eccezione, non come regola: solo occasionalmente mangio da parenti ed amici – come semplice ospite – e non a casa mia).
  • Non si esclude ovviamente che la chiesa possa ritrovarsi anche in qualunque altro momento per pregare, studiare, cantare, discutere i propri problemi, programmare le sue attività : “Quanto è soave che i fratelli dimorino assieme” (Salmi 133:1, Atti 2:42,46 e 4.32). ciò dipenderà dalla possibilità , necessità e maturità di ogni singola congregazione.

“Gesù disse loro: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà mai più sete.” (Giovanni 6:35).

Che il ricordo costante del sacrificio di Cristo faccia agire in noi quello “Spirito che dà la vita” (Giovanni 6:63), e guidi la chiesa fino al giorno in cui Cristo tornerà!

“La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi! ”

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La crescita interna (Lezione n.10 – Chiesa di Cristo in Sorrento)

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Posted on : 09-05-2013 | By : Antonio2012 | In : Arte e Cultura

La predicazione è sì l’attività che la chiesa svolge verso l’esterno, ma per agire bene al di fuori bisogna prima di tutto prepararsi all’interno.

“Conosci te stesso?”, dice un’antica quanto saggia massima, per indicare come sia disavveduto “lanciarsi” verso gli altri quando ancora non si è iniziato a fare un profondo lavoro interiore. Solo chi impara a conoscere se stesso, a crescere dentro, a combattere i propri vizi e aumentare le proprie virtù tramite uno sforzo costante, può ambire a portare agli altri qualcosa di solido, sperimentato, utile. Questo vale anche per la chiesa; una congregazione che non cura la propria edificazione interna è come un uomo che voglia fare il chirurgo senza prima aver studiato ed essersi esercitato seriamente, come un operaio che voglia aggiungere mattoni senza prima aver curato la solidità delle strutture sulle quali essi vanno inseriti , o come un atleta che voglia vincere una gara senza essersi allenato, concentrato, perfezionato.

“Stringendovi a Lui (Cristo), pietra viva, rigettata dagli uomini ma scelta e preziosa di fronte a Dio, anche voi siete impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale, per un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, per mezzo di Gesù Cristo” ( I Pietro 2:4-5)

“Edificare”, verbo molto usato nel Nuovo Testamento, significa “costruire, erigere, formare, rafforzare, migliorare, stimolare al bene col buon esempio, istruire”. Se la costruzione, come abbiamo visto, va ben collegata, compaginata, connessa, è ovvio che ogni singola “pietra” che la costituisce dev’essere di per sé il più possibile salda, robusta, resistente, e che tutte le pietre assieme vanno cementate. Qual è il modo per edificare bene? Diamo prima di tutto due indicazioni basilari.

In Luca 6:47-48 troviamo scritto: “Chiunque viene a me e ascolta le mie parole e le mette in pratica, io vi mostrerò a chi è simile.  È simile a un uomo il quale, costruendo una casa, ha scavato e scavato profondamente e ha posto il fondamento sulla roccia; e, venuta un’alluvione, la fiumana ha investito quella casa e non ha potuto smuoverla perché era stata costruita bene.” Nella stessa parabola vediamo poi invece la misera fine della costruzione mal fondata. Abbiamo già detto che il corpo riceve dal Capo il sostentamento e la coesione che viene poi attuata dalle giunture e dai legamenti, per realizzare la crescita secondo il volere di Dio ( Colossesi 2:19).

“Se il Signore non costruisce la casa , invano vi faticano i costruttori” (Salmo 127:1). Prima regola, valevole per il singolo membro e per tutta la comunità, è di basare sempre pensieri ed azioni sullo studio e sulla pratica della Parola di Dio, e Gesù dice “scavando profondo”, ossia non accontentandosi di una “infarinatura” superficiale, che prima o poi si rivelerebbe inadatta. Approfondire, con semplicità, passione, spirito pratico, lo studio della Bibbia, domandandosi continuamente a che punto siamo, quali sono i nostri progressi e le nostre mancanze, per “completare ciò che ancora manca alla nostra fede” ( Tessalonicesi 3:10), per passare gradualmente “dal latte al cibo solido” (Ebrei 5:11-14) e non essere più “fanciulli sballottati dalle onde”, ma uomini completi ( Efesini 4:13-14). Più a fondo scaviamo nelle fondamenta, e più in alto potrà erigersi la nostra costruzione!

Il cantiere nel quale va svolto il nostro lavoro è la chiesa; se rispettiamo i voleri del Signore, essa è il Suo corpo ed in Lui “abita la pienezza di Dio” (Colossesi 1:19). Il corpo di Cristo è la scuola del cristiano. Non ha senso, da parte della chiesa, istituire realtà alternative nelle quali curare la crescita dei propri membri (ad esempio seminari, scuole bibliche, università . . . ). Una chiesa che finanzi o comunque appoggi iniziative di edificazione esterne a se stessa è come una famiglia che manda i propri figli in collegio perché siano educati; ossia, è una famiglia incapace  o impossibilitata a svolgere la missione alla quale è stata chiamata. Paolo, in Efesini 4:16, dice che da Cristo il corpo deve attingere, con la collaborazione delle “giunture”(NOI), secondo l’energia di ogni singolo membro (sempre NOI), tutta la forza sufficiente per edificare se stesso nella carità: edificare se stesso, non tramite altre strutture, altri supporti, istituzioni umane . . .  ma da sé , auto-sviluppandosi, vivendo di vita propria perché strettamente congiunto alla fonte della vita, Cristo (Giovanni 7:38). Se la chiesa non basta a se stessa per la propria edificazione, significa che non c’è in essa la pienezza di Cristo, che qualche giuntura si è rotta o “scricchiola”, che qualche collegamento nel centro nervoso non funziona, il cuore non poma, il sangue non circola, l’arteriosclerosi galoppa . . .  Qualunque cosa si dica o si faccia nella chiesa, dunque, va sempre fatta dopo aver ben pensato: “Questa cosa può edificare o no? Sto agendo per aggiungere del buono alla costruzione, oppure solo per perdere tempo o addirittura rischiando di recar serio danno?”. La Scrittura dice: “Tutto si faccia per l’edificazione reciproca” (Romani 14:19 e 15:1-3, I Corinzi 14:26, Efesini 4:29, I Tessalonicesi 5:11), ricordando che “non tutto edifica” (I Corinzi 10:23), perché molti comportamenti ed atteggiamenti recano scandalo ( nel significato originario del termine: “inciampo”, ostacolo alla crescita altrui- Cfr. Matteo 18:6-7, Romani 16:17, I Corinzi 8:13, II Corinzi 6:3). Crescita è possibile se siamo tutti spinti non da interessi propri, ma dalla carità ( I Corinzi 8:1, I Corinzi 16:14), ossia ricercando il bene altrui, preoccupandosi ognuno di favorire i progressi del fratello.

Non ci meravigli allora che gran parte dell’insegnamento biblico non riguardi “tecniche” di predicazione ma comandi, consigli, suggerimenti per la crescita spirituale dei principali mezzi di predicazione: i cristiani. Dalla pienezza del cuore parla la nostra bocca (Luca 6:45): ora, dato che predicare non consiste tanto nel ricercare sofisticati mezzi di divulgazione, quanto nel portare agli altri direttamente ciò che di Cristo abbiamo capito e stiamo vivendo, più il nostro cuore sarà ripieno della conoscenza e dell’amore di Dio, più la comunicazione di ciò che abbiamo dentro sarà genuina, efficace, ricca di contenuti. Parole ed opere : ecco la predicazione.

I cristiani devono essere la luce del mondo (Matteo 5:14-16); coloro che non conoscono Dio devono vedere anzitutto in chi parla di Lui l’esempio per avvicinarsi alla fonte della vera “pienezza” interiore. Crescendo in tutte le virtù – che sono una all’altra collegate come in una catena-, abbondando sempre più nella conoscenza, imparando per esperienza a discernere il bene dal male, offrendo la nostra mente e la vita in sacrificio spirituale al Creatore, conservando irreprensibili i nostri cuori, imparando a sopportarsi e correggersi, armandosi della completa armatura spirituale di Dio, la cui impalcatura è la preghiera costante e sincera . . . collaboriamo con Dio, come Egli vuole, per spianare la strada nostra ed altrui verso la vita eterna.

“Siamo, infatti, collaboratori di Dio, e voi siete il campo di Dio” ( I Corinzi 3:9).

Concludiamo allora, sottolineando responsabilità e privilegi dei cristiani, che devono essere sobri, attenti, sempre vitali, affinché il Vangelo si diffonda.

Lode a Dio per la fiducia che ripone in noi! Sforziamoci allora di essere tutti un buon terreno (Luca 8:15) e dei buoni operai (Matteo 20:1).

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Franchezza: Modi e mezzi di predicazione Lezione n.12

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Posted on : 09-05-2013 | By : Antonio2012 | In : Arte e Cultura

Modi sbagliati di portare la Buona Notizia sono sempre causa ed effetto, allo stesso tempo, di errati concetti sulla Parola di Dio. Bisogna tener sempre presente il primo grande criterio seguito da Paolo quando si recava ad evangelizzare: “ Io ritenni infatti di non saper altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e Questo crocifisso!” (I Corinzi 2:2).

Secondo Paolo la predicazione deve essere semplice e diretta: egli, il più grande evangelizzatore scelto da Cristo, poteva vantarsi di non voler mai usare troppa “sapienza” umana, mai complicare i ragionamenti su Cristo con eccessive elucubrazioni filosofiche (Cfr. Colossesi 2:8),  mai “abbellire” il discorso per abbagliare con l’arte oratoria. Dio ci insegna che la sapienza e l’eloquenza degli uomini possono essere d’intralcio alla purezza del Vangelo! Gesù invitò gli uomini a tornare semplici come bambini, affermando che proprio ai semplici il Padre rivela le Sue verità (Matteo 11:25, Luca 18:17). Il Vangelo va predicato “nudo e crudo”, nella sua meravigliosa immediatezza; Dio, più che filosofi ed uomini colti, cerca persone di Buona Volontà, umili, spiritualmente recettive perché sofferenti per il peso della loro lontananza dal Signore ( Matteo 11:28, Luca 1:52).

Quando diciamo “predicazione diretta”, significa che non dobbiamo mai usare artefici o sotterfugi per presentare la verità. Esempi di predicazione ne abbiamo a decine nella Bibbia:  i messaggeri di Dio non usano mai vie traverse, ovvero non devono mai, come talvolta accade, attirare la gente promettendo feste, giochi, banchetti, ritrovi o anche cose meno banali come, ad esempio,  corsi di cucito, inglese, informatica . . . per poter poi “approfittare” della presenza di estranei e parlare di Cristo. Tali “strategie” sarebbero sempre controproducenti per la chiesa e per gli altri (che, nella maggior parte dei casi, si sentiranno raggirati, o approfitteranno semplicemente di servizi loro offerti e che non sono il Vangelo) e inoltre denoterebbero disubbidienza e sfiducia nei confronti della potenza della Parola.

I cristiani devono riporre piena fiducia in Dio e non preoccuparsi dei frutti: è Dio che fa crescere, con la Sua Parola (Cfr. Luca 8:4-18) come e quando vuole. Mai e poi mai troviamo un cristiano del I secolo predicare non apertamente! “Io non mi vergogno del Vangelo” (Romani 1:16). Né possiamo dire, per giustificare gli “aggiramenti”, che “dobbiamo facilitare gli altri”; l’unico modo dato da Dio per facilitare gli altri consiste nel presentare loro in modo piano e franco il Vangelo. La gente deve sapere di cosa parliamo, capire chi siamo e cosa vogliamo. Se poi il discorso a molti non interessa . . .  Dio incolperà di ciò non chi annuncia , ma chi non vuole ascoltare: questo è il modo scelto da Dio per discernere e giudicare i cuori (Isaia 55:10-11, Ebrei 4:12)!

Tutto ciò, dunque, non significa disprezzo per una nuova esposizione corretta, incisiva, intelligente. Anzi! Dal Nuovo Testamento impariamo che è importante saper condurre anche ragionamenti profondi, articolati, adatti alle diverse circostanze. Paolo, che era un “colto”, ma un colto umile, afferma di aver tentato sempre di adattarsi- nel comportamento e nella parola- al tipo di persone che aveva di fronte, cercando di capirne la mentalità, la cultura, i problemi specifici, e poter facilitare così i propri interlocutori nella comprensione (Cfr. I Corinzi 9:19-23): ma si trattava sempre della comprensione di uno stesso messaggio – diretto ed inequivocabile –evitando “chiacchiere profane e vane discussioni” ( I Timoteo 6:20, II Timoteo 2:14). Diversi, per ovvi motivi, potevano essere gli approcci con un Ebreo o con un Greco o con un Romano, con un re, un soldato o un pescatore . . . e così per noi oggi con un ateo o un cattolico, un mussulmano o un testimone di Geova, un Italiano o un Cinese, un ricco o un povero, ecc.…  diversi approcci – come faceva anche Gesù – per portare lo stesso messaggio, incorrotto ed immutabile (Galati 1:3-9). Se poi ci troviamo di fronte ad un pubblico eterogeneo, impariamo, anche qui dalla Bibbia, ed esponiamo con semplicità i fatti riguardanti il Signore, il perché ci crediamo , e cosa Dio vuole. “Chi ha orecchie per intendere, intenda!”

Per ciò che concerne i “mezzi” da usare, ricordiamo ancora che gli strumenti per eccellenza siamo noi! La predicazione è innanzitutto parola, esempio, vita, contatto personale di un cristiano col prossimo; Gesù ha detto che dobbiamo essere “luce” del mondo (Matteo 5:14-16, Filippesi 2:15): parliamo a vicini, parenti ed estranei con mitezza, rispetto e vera sapienza (Colossesi 4:5-6, I Pietro 3:15 e 4:11). La predicazione personale è insostituibile! Ciò che s’impara va trasmesso. Quando poi la chiesa organizza qualche attività (conferenze, studi, pubblicità varia, etc.), possiamo dire che in generale va bene qualunque cosa che sia annuncio diretto, e non comporti cambiamenti alla struttura della comunità. Oggi abbiamo mezzi in più rispetto al I secolo (ad es. radio , televisione, stampa, etc.) ; servono per comunicare messaggi, e possiamo usarli. Ma attenzione: alle volte mezzi così costano molto. Se una comunità deve restare autonoma come il Signore insegna, e non creare sovrastrutture, centri di gestione di soldi ( e quindi – in un modo o nell’altro- di potere), enti paralleli , etc. , deve fare sempre i conti con le proprie finanze.

Tanto per fare un esempio banale, sarebbe bellissimo disporre di uno spazio su “Canale 5” ma , se costa un miliardo ed una comunità non dispone – come è normale – di tale somma, che fare? Si sarebbe tentati di raccogliere soldi da centinaia di comunità. E dove confluiscono? Chi li gestisce? Se molte cose venissero condotte così, non si creerebbe forse un centro direttivo tipo Vaticano o  Torre di Guardia . . . ?! E ancora: di chi è la responsabilità delle cose dette? Come ci si presenta (la “federazione” delle chiese di Cristo d’Europa, la “chiesa di Cristo” regionale, nazionale o mondiale)? Vogliamo forse ripetere errori tristemente ricorrenti nel mondo religioso?! Dio non chiede a nessuna congregazione di andare oltre alle proprie forze intellettuali, fisiche, economiche; ogni chiesa locale sarà responsabile di ciò che ha fatto, con i mezzi a propria disposizione, nell’area in cui vive ed agisce. Ciò non toglie, ovviamente, che una comunità possa incaricare ed inviare dei fratelli per predicare in altri posti, per fondare nuove ed autonome comunità; abbiamo per questo degli esempi fantastici nella chiesa di Antiochia (Atti 11:19 ss.), che con i suoi sforzi mandò uomini a predicare in molte parti, fondando altre chiese locali, ed in quella di Tessalonica ( I Tessalonicesi 1:6-10) che senza automobili né televisioni, nel giro di poco tempo, sparse il Vangelo in un’area molto vasta. I mezzi erano: imitazione di Cristo e degli apostoli, buon esempio, annuncio coraggioso. Usiamo dunque anche la stampa, i mass-media, ma . . . ricordiamoci dei cristiani di Antiochia e Tessalonica, e conserviamo la chiesa pura, fidandoci del fatto che Dio la vuole così per agire a modo Suo.

“Pregate anche per noi, perché Dio ci apra la porta della predicazione e possiamo annunciare il mistero di Cristo . . .  che possa davvero manifestarlo, parlandone come devo” ( Colossesi 4:3-4).

La preghiera , il cuore, i nostri “piedi” (Romani 10:15): in breve la nostra fede  ed il nostro sforzo, noi stessi. È questo che Dio vuole per usarci e raggiungere gli altri!

“La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi”

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Un culto “in spirito e verità” (Lezione n. 13)

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Posted on : 09-05-2013 | By : Antonio2012 | In : Arte e Cultura, Religione

 

“Gesù le disse: «Donna, credimi; è giunto il momento in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre.  Voi adorate quel che non conoscete; noi adoriamo quel che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei.  Ma l’ora viene, anzi è già venuta, che i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; poiché il Padre cerca tali adoratori.  Dio è Spirito, e quelli che lo adorano bisogna che lo adorino in spirito e verità». Giovanni 4:21-24

Così Gesù parlando alla samaritana, rivelò l’imminente superamento dei capisaldi liturgici sia dei Giudei ( che adoravano Dio nel tempio di Gerusalemme), sia dei Samaritani ( che riconoscevano solo una parte del Vecchio Testamento e adoravano in un tempio sulla montagna di Garizim).

“Dio è spirito, e quelli che Lo adorano devono adorarLo in spirito e verità”. Adorare significa “rendere a Dio il massimo grado di culto” e culto significa “tributo di onore a Dio . . . insieme di riti di una religione . . . regola delle relazioni dell’uomo con Dio”. Dio “non dimora in templi costruiti dalle mani dell’uomo ( Atti 17:24, 7:48); il Suo spirito, per mezzo della Parola, abita nei cristiani ( Atti 2:38,  I Corinzi 6:19), i cui cuori sono il vero “tempio” di Dio (I Corinzi 3:9-16, I Pietro 2:5). Per questo, la prima forma di culto è la nostra stessa vita: continuo sacrificio , trasformazione verso il bene del nostro essere, giorno dopo giorno, con abnegazione e fedeltà ( Matteo 10:39, Romani 12:1-2).

Questo culto spirituale personale è strettamente legato a quello inteso come “riunione di culto”, perché una “cerimonia” priva di coerenza, sforzo, lotta quotidiana con se stessi , sarebbe un culto vano, che condanna chi lo fa ( Marco 7:7, Matteo 21:23, Proverbi 28:9). Ecco dunque un primo significato dell’espressione “in spirito”. Il corpo che si riunisce per adorare Dio ha senso solo se i singoli membri hanno in sé un sincero amore per Dio e per il prossimo, sapendo che il Signore vuole abitare nei cuori, non fra quattro mura e che ogni apparato esteriore in più servirebbe solo a coprire il vuoto, o il marcio, che c’è in noi. “In spirito”, ossia per coloro che non vogliono sentirsi dire: “Perché Mi chiamate : Signore, Signore, e poi non fate ciò che dico?”. (Due esempi pratici : Matteo 5:23, I Pietro 3:7).

Un culto “in spirito e verità” dunque, non più un luogo specifico ed irrinunciabile in cui rendere il culto a Dio; ciò di cui vogliamo parlare più specificatamente sono le assemblee della chiesa dedicate all’adorazione comune di Dio. Fin dall’inizio, i discepoli si ritrovavano con questo fine (es. Atti 2:42); nelle riunioni di culto potevano anche essere prese importanti decisioni (Atti 13:2). La chiesa può radunarsi quando e quanto vuole: non abbiamo specifiche disposizioni in proposito, anzi, più una congregazione si raduna e meglio è per la crescita comune. Ma c’è un giorno della settimana che fin dall’inizio ha assunto un particolare significato per i cristiani. In Atti 20:6-7 leggiamo che “il primo giorno della settimana” si incentrava su una riunione della chiesa – l’unica, diciamo così, necessariamente fissa – il cui punto focale era lo “spezzare il pane”: se questa espressione è usata in un contesto di culto, nel Nuovo Testamento, sta ad indicare la “cena del Signore”, come viene detta in I Corinzi 11:20, ossia il ricordo del sacrificio di Cristo (Luca 22:14-20). Che cosa facevano i primi cristiani quando, riuniti, celebravano il culto? Senz’altro, abbiamo visto, prendevano del pane e del vino; nell’assemblea vie erano poi insegnamento, preghiera, esortazione; la Bibbia incita i cristiani anche a cantare (il che è un altro efficace modo per edificarsi); e sappiamo che nel primo giorno della settimana, in occasione delle riunioni, si raccoglievano collette (I Corinzi 16:2).

Parliamo a questo punto dell’altra espressione: “in verità”.Se la chiesa vuole rendere a Dio un culto vero ed efficace – che non segua le tradizioni e le filosofie umane (Marco 7:8, Colossesi 2:18,23) bensì la volontà di Colui che va amato e rispettato al di sopra di tutto (Matteo 22:37, I Giovanni 5:3)- deve trovare nel Nuovo Testamento le indicazioni necessarie affinché il proprio omaggio giunga al cospetto del Signore. Non dimentichiamoci, tanto per prendere esempio e ammonimento dal Vecchio Testamento (Romani 15:4), che Dio non gradì l’offerta cultuale di Caino perché era fatta senza il giusto spirito (Genesi 4:3-5), e punì severamente Nadab e Abiu perché aggiunsero di propria iniziativa, nel culto, un elemento che Dio non aveva loro ordinato (Levitico 10:1-2) . Anche qui vale dunque il principio: “Tutto si compia nel Nome del Signore Gesù” (Colossesi 3:17). Precisiamo che la Parola di Dio non ci dà una “liturgia” precisa, nel senso che non dice – ad esempio- quanto un’assemblea debba durare, in che ordine e quantità debbano essere svolte le varie parti di essa, a quale ora esatta del giorno ci si debba riunire, etc. Abbiamo però dei dati certi: le pratiche che caratterizzano la riunione di culto. Abbiamo anche alcune forme e contenuti certi (ad. Es. :il pane ed il vino per la “cena”; il primo giorno della settimana; il canto fatto “col cuore”; la preghiera ed i discorsi svolti in modo ordinato ed intellegibile; il divieto per le donne presenti di parlare ed insegnare. Etc.). Per il resto sarà la chiesa a decidere se dedicare più spazio alla preghiera o al canto, ai discorsi riguardanti la cena piuttosto che ad altri argomenti, o se la riunione debba durare mezz’ora , un’ora o più. Sarà la sensibilità dei cristiani, nello sforzo che ogni cosa sia fatta per l’edificazione comune, a decidere a seconda delle circostanze e delle esigenze concrete.Fondamentale è racchiudere questa libertà nel perimetro che Dio ha espressamente assegnato.

Tornando per un momento al luogo di riunione, è ovvio che la chiesa ha bisogno di uno spazio fisico; nel Nuovo Testamento vediamo delle comunità radunarsi in case private di cristiani (Romani 16:5, Colossesi 4:15) ed in posti aperti anche al pubblico (I Corinzi 14:23, Giacomo 2:2). Una sala è sì importante da un punto di vista logistico (sarebbe certo sconveniente, o per lo meno scomodo, radunarsi in strada o in un campo), ma non lo è assolutamente da un punto di vista “sacro” (ossia non è “sacra” di per sé stessa): è solo uno strumento , così come sono tali, ad esempio, delle eventuali sedie ( ciò non toglie , ovviamente , il rispetto e la destinazione del locale di riunione ai soli fini del culto e della predicazione – Cfr. I Corinzi 11:22). Il Nuovo Testamento non conosce “arte sacra”, “luoghi sacri” e via dicendo: il cristiano non deve avere altro supporto che l’amore di Dio, per la Sua Parola; tutto il resto non è altro che vuoto tradizionalismo e pericolo di suggestione.

Non disertiamo, dunque, le nostre riunioni (Ebrei 10:25), se abbiamo capito quanto è importante rendere a Dio un culto per mezzo del Suo spirito ( Filippesi 3:3).

“Perciò, ricevendo un regno che non può essere scosso, siamo riconoscenti e offriamo a Dio un culto gradito, con riverenza e timore! Perché il nostro Dio è anche un fuoco consumante.” (Ebrei 12:28-29)

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Buoni samaritani (Lezione n.11 – Chiesa di Cristo in Sorrento)

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Posted on : 09-05-2013 | By : Antonio2012 | In : Arte e Cultura, Religione

La vita dei cristiani è fatta anche di cose materiali: la loro mente è protesa verso finalità e pratiche molto spesso diverse da quelle generalmente accettate ( Cfr. Giovanni 17:14-15, Romani 12:1-2, Colossesi 3:2, I Pietro 4:2), ma in  una esistenza che prevede pur sempre lavoro, famiglia, preoccupazioni quotidiane, malattie, calamità (oltre che cose belle, si intende): come per chiunque, la Scrittura considera dunque l’eventualità che nelle chiese si presentino situazioni di cui farsi carico: un membro malato o inabile, o in difficoltà economiche, o colpito da altre avversità. Il principio-guida è ben noto e chiaro (la parabola del “buon samaritano”: Luca 10:25-37, che d’altronde va applicata nei confronti di tutti gli uomini indistintamente)ma il “bene” (beneficenza, assistenza) può paradossalmente diventare molto nocivo per il raggiungimento del bene ultimo, ovvero la salvezza eterna. In Romani 12:10-15 leggiamo:

“Quanto all’amore fraterno, siate pieni di affetto gli uni per gli altri. Quanto all’onore, fate a gara nel rendervelo reciprocamente. Quanto allo zelo, non siate pigri; siate ferventi nello spirito, servite il Signore;  siate allegri nella speranza, pazienti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera, provvedendo alle necessità dei santi, esercitando con premura l’ospitalità. Benedite quelli che vi perseguitano. Benedite e non maledite. Rallegratevi con quelli che sono allegri; piangete con quelli che piangono.”

Partecipazione, dunque, ai bisogni altrui. Ma come svolgere tale attività di aiuto? La Chiesa è sì composta da individui, ma essi non sono- presi uno ad uno- la chiesa , per capirlo, basti pensare in questo caso ad una qualunque associazione umana. Se , ad esempio , faccio parte dei “donatori di sangue”, io non sono l’associazione, e quest’ultima – composta anche da me- non è me: essa dunque ha il suo patrimonio, un modo stabilito di raccogliere fondi, ed è rappresentata da organi; vive in pratica, una propria vita legata anche alla mia, ma non completamente confusa con la mia. Il mio stipendio resta sempre mio, e faccio con esso quello che mi pare; se poi ne dono una parte all’associazione, tale parte non è più mia e non può più essere usata per fini miei propri, ma solo per quelli che l’associazione si è legalmente proposti. Inoltre, non posso portare problemi personali all’interno dell’associazione, se non nei modi e termini eventualmente stabiliti, né posso farmi autonomamente carico di attività da svolgere. Valga ciò anche per la chiesa ed i membri che la compongono, perché queste sono le indicazioni che il Nuovo Testamento ci dà.

Dobbiamo allora domandarci quando vogliamo far materialmente del bene a qualcuno, se , come e quanto può o deve farlo la chiesa in quanto chiesa: essa infatti ha un proprio patrimonio, un proprio bilancio, costituito dalle collette dei fedeli. Nel momento in cui una parte delle mie entrate è devoluta alla comunità affinché essa possa essere messa in condizione di raggiungere i propri fini, devo capire bene quali essi sono, per rispettarli. Qualche esempio pratico: un mio amico è in gravi difficoltà finanziarie: posso chiedere alla chiesa di aiutarlo con i soldi della comunità? Oppure: possiamo sovvenire ai bisogni di una popolazione di terremotati coi soldi della chiesa, o spedirli in Etiopia per una carestia? E ancora, per parlare anche dei membri della chiesa: possiamo costruire, con i soldi delle comunità, un ospizio dove assistere gli anziani, o gli orfani cristiani , etc.? la risposta non va ricercata nei nostri “io penso, io credo . . .”, ma nel Nuovo Testamento: ci autorizza Dio, esplicitamente o tramite esempi apostolici, a far cose simili? No! Non troviamo nelle Scritture né un comando  esplicito, né un esempio apostolico, per sostenere simili pratiche. Il perché è semplice: non sono questi gli scopi della chiesa; se lo fossero, essa sarebbe stata strutturata in ben altro modo. Per svolgere tali compiti come si deve, infatti, essa dovrebbe non solo trascurare il proprio scopo ( la predicazione) ma anche a volte inserirsi in quelle fitte reti finanziarie e mondane che nulla hanno a che fare col Vangelo.

Non esiste beneficenza ad opera della chiesa come mezzo di predicazione, né tanto meno come fine a sé stante! Un esempio biblico ci chiarirà meglio le idee! 1° Timoteo 5 parla di persone che – specialmente nel I secolo – si trovavano in condizioni economiche molto critiche: le vedove ( che nella Bibbia , assieme agli orfani , sono il classico esempio della persona bisognosa). Da tale contesto capiamo come il prendersi cura economicamente di qualcuno da parte della chiesa sia l’eccezione e non la regola.

Innanzitutto, si parla solo di membri della congregazione: quelli di fuori non sono nemmeno considerati. Poi, affinché la persona possa essere aiutata coi soldi della comunità (quindi, del Signore) Paolo richiede una serie di requisiti personali (anzianità , unico matrimonio, buona testimonianza passata e presente, servizio costante per gli altri) ed ancora una condizione oggettiva: che non vi siano familiari che possano prendersene cura personalmente. Solo se la persona possiede i requisiti soggettivi ed oggettivi richiesti (nel caso specifico: se è “veramente vedova”, ossia bisognosa senza altre possibilità d’aiuto, e se è meritevole per il servizio svolto) la chiesa dovrà essere “aggravata”, dovrà cioè portare il peso economico della sua condizione. Se la chiesa non può, dunque, sovvenire come chiesa ai bisogni materiali dei propri membri salvo che in casi eccezionali, come potrà occuparsi di quelli di fuori, non “familiari”?

Con ciò, non dobbiamo assolutamente sminuire l’immensa importanza dell’aiuto reciproco fra cristiani , come individui uno verso l’altro (Cfr. ad es. I Timoteo 6:17-18, I Giovanni 3:17-18, Giacomo 2:15-17) ed anche verso tutti gli uomini, a prescindere da chi essi siano (Matteo 25:31-46). Aver chiari i fini e le regole della chiesa non deve farci dimenticare i nostri fondamentali doveri di credenti; capire ciò che la chiesa non deve fare non ci esime dal capire anche ciò che come singoli cristiani dobbiamo fare; anzi, è la chiesa stessa che , con la sua opera di predicazione ed edificazione, mi deve istruire su quelli che sono i miei doveri di aiuto verso i familiari, i fratelli in Cristo ed il prossimo in generale. È con lo spirito nuovo del Vangelo che diventerò più sensibile , attento alle sofferenze e difficoltà altrui, pronto a prodigarmi pagando di tasca mia ( col mio tempo, i miei sforzi), proprio come il buon samaritano. Possiamo aiutare un estraneo, ma per conto nostro o associandoci distintamente dalla chiesa e se possiamo aiutare un fratello senza aggravare la comunità, dobbiamo farlo, affinché con le nostre buone opere confermiamo il buon insegnamento ricevuto e non intralciamo l’andamento della casa di Dio, che serve a salvare le anime della gente facendole convertire a Cristo. Saremo giudicati anche in base a ciò che avremo fatto agli altri personalmente, e non scaricando le nostre responsabilità sulla chiesa o altre istituzioni.

“Non dimenticatevi della beneficenza e di far parte dei vostri beni agli altri , perché di tali sacrifici il Signore si compiace!” ( Ebrei 13:16).

La beneficenza non è dunque, di regola, un fine della chiesa; essa si esercita solo eccezionalmente verso membri della propria comunità; in ogni altro caso, è solo una logica conseguenza dell’insegnamento ricevuto nella chiesa stessa, efficace nelle relazioni interpersonali. È ovviamente lodevole la partecipazione del cristiano ad istituzioni ed attività umanitarie, fatto salvo l’adempimento del proprio dovere all’interno della comunità di Cristo.

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Mente e Cuore (Lezione n.15 – Chiesa di Cristo in Sorrento)

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Posted on : 09-05-2013 | By : Antonio2012 | In : Arte e Cultura, Religione

Mente e cuore Lezione n. 15 Le riunioni della chiesa comprendono insegnamento, preghiera e canto; Tutto stabilito per la crescita spirituale della comunità e che rappresenta una forma di predicazione per tutti i presenti. Fin dall’inizio i cristiani: “erano perseveranti nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nella comunione fraterna, nel rompere il pane e nelle preghiere”(Atti 2:42). In Colossesi 3:16 leggiamo: “La parola di Cristo abiti in voi abbondantemente, ammaestrandovi ed esortandovi gli uni gli altri con ogni sapienza, cantando di cuore a Dio, sotto l’impulso della grazia, salmi, inni e cantici spirituali.” Quando Barnaba e Paolo giunsero ad Antiochia, parteciparono per un anno alle riunioni della chiesa, gettando le basi per il successivo sviluppo, istruendo nella dottrina apostolica i fratelli (Atti 11:26). Scelsero anche le persone in grado di continuare l’opera di istruzione , per potersi essi dedicare ad altre missioni: ecco dunque che nella comunità c’erano dei “dottori” (Atti 13:1-2), ossia insegnanti. Anche Timoteo, incaricato di predicare ad Efeso (I Timoteo 4:11-16), fu inviato da Paolo a controllare che non si divulgassero nella comunità false dottrine (I Timoteo 1:3) e ad individuare fra i fratelli quelli più fidati e capaci di potersi dedicare a loro volta a questo tipo di servizio (II Timoteo 2:2 – non tutti hanno i talenti per insegnare : I Corinzi 12:29, Romani 12:7). Lettura e studio della Parola sono momenti fondamentali nella vita dei cristiani; la chiesa si costruisce anche e prima di tutto con le basi dottrinali imparate in comunità, alle quali si aggiungeranno poi studio e riflessioni personali. In assemblea si legge sempre e solo la Bibbia: nessun altro scritto è autorizzato come testo-base (la Scrittura è necessaria e sufficiente: I Timoteo 3:14-16). Ogni scritto umano può essere studiato personalmente, per approfondimenti e curiosità, ma inserirlo in un’assemblea del corpo di Cristo come testo di studio autoritativo sarebbe veramente un sacrilegio, un mancato rispetto dell’assoluta autorità di Dio! Anche la preghiera ha un ruolo insostituibile (Marco 11:24, I Tessalonicesi 5:17, Giacomo 5:16). Essa viene rivolta al Padre nel Nome di Cristo – Unico Mediatore fra Dio e gli uomini (I Timoteo 2:5) (Matteo 6:7). Si prega da soli (Matteo 6:6), assieme ad alcuni fratelli (Atti 16:25 e 20:36) o con tutta la comunità riunita (Atti 4:23). Quando i cristiani pregano assieme, devono farlo in modo semplice, chiaro, comprensibile, corretto, sempre istruendo (I Corinzi 14:12-19): in questo caso, infatti, chi prega lo fa a nome della chiesa, esprimendone il pensiero e deve dunque esporre esigenze note facendosi ben intendere, affinché fratelli e sorelle possano dire l’amen (= così sia) di approvazione e gli estranei presenti possano capire ed essere istruiti. Ricordiamo che unicamente gli uomini della comunità – e fra essi quelli che la chiesa reputa capaci di farlo – possono insegnare e pregare pubblicamente (I Corinzi 14:34, I Timoteo 2:11-12). Ogni cosa deve passare al “vaglio” della preghiera nella congregazione : si prega per il progresso del Vangelo (Colossesi 4:3, II Tessalonicesi 3:1), per il coraggio nella testimonianza di Cristo al mondo (Atti 4:29), per ringraziare Dio di ogni cosa (I Timoteo 2:1), per non cadere nelle tentazioni (Luca 22:40), per i fratelli e gli uomini che soffrono (Giacomo 5:13-14), per i governanti (I Timoteo 2:2), per coloro che si dedicano specificamente alla predicazione (Matteo 9:38, Efesini 6:19), per crescere nella fede (Luca 17:5, II Tessalonicesi 3:2,10), per tutti gli uomini, anche i nemici (Luca 6:8 e 23:34) , per ricordare il sacrificio di Cristo (Luca 22:17) e per ogni altra cosa che la Scrittura ci indichi. La parole d’ordine per l’efficacia della preghiera sono: umiltà, sforzo di coerenza personale, e . . . tanta, tanta fiducia in Dio !(Matteo 21:21)! A che servirebbe studiare ed organizzarsi, senza poi sforzarsi di essere operatori della Parola (Giacomo 1:25) e senza affidare tutto a Dio pregando prima , durante e dopo le nostre azioni (I Pietro 5:7, Filippesi 4:7)? “Insegnaci a pregare” chiesero gli apostoli a Gesù ed Egli ci diede quel magnifico “schema” di preghiera che conosciamo (Luca 11:22-4), così utile da seguire sempre nella sua essenzialità: adattandolo , certo, alle concrete esigenze del momento (Atti 4:23 ss.), ma imparando da esso semplicità, chiarezza, sottomissione al Padre. Le nostre parole a Dio sono chiamate dalla Bibbia anche “suppliche, intercessioni, ringraziamenti”: modi diversi di esprimere i vari aspetti di un’invocazione. Dopo l’ultima cena, Gesù, prima di recarsi verso il monte degli Ulivi, “cantò l’inno” assieme agli apostoli (Matteo 26:30). Costatiamo che quella doveva essere, per loro, un’abitudine. Quando Paolo e Sila furono imprigionati a Filippi, il loro cantare inni a Dio attirò l’attenzione dei carcerieri, uno dei quali in seguito domandò: “Cosa devo fare per essere salvato?”: a parte il terremoto (Atti 16:25 ss.), lo spirito e le parole di quei canti dovevano essere davvero profondi e toccanti! Non meravigli, dunque, che anche ai cristiani sia detto di cantare; è un altro modo per ringraziare e lodare Dio, insegnare, ammonire se stessi e gli altri, riempirsi di spirito e di coraggio (Efesini 5:19, Giacomo 5:13, Colossesi 3:16). Vista l’importanza della cosa, è senz’altro bene dedicare del tempo al miglioramento delle capacità canore della comunità; è bene imparare a cantare, ma senza andare al di là di quelle che sono le vere esigenze. Non servirebbe a nulla mettere assieme un fantastico coro, se questo facesse poi perdere di vista il contenuto, l’immediatezza, la semplicità e se facesse perdere troppo tempo prezioso per predicare. Che lo strumento-canto sia dunque sempre più un mezzo dignitoso, sì, ma non si scambi mai, anche qui, il mezzo con il fine! Lo strumento da usare, infatti, è il nostro cuore! Ecco anche perché il Nuovo Testamento, a differenza del Vecchio, non parla mai di strumenti musicali e perché i primi cristiani, che pur sapevano suonare, usavano unicamente la propria voce. Ricordiamo che solo diversi secoli dopo Cristo s’iniziò ad introdurre l’uso di strumenti meccanici: il che è però arbitrario quanto l’uso di candele, incenso, immagini “sacre”, paramenti “sacri”, acque “sante” e via dicendo: tutte cose che servono non a Dio, né ai veri cristiani (che imparano a trovare il contatto con Dio con quel minimo di appigli materiali lasciatici- essenzialmente : il pane ed il vino), bensì agli uomini che cercano al di fuori di se stessi ciò che manca nel proprio cuore. La suggestione causata dall’arte umana, purtroppo, fa perdere di vista la volontà di Dio (non scordiamoci di Nadab e Abiu!). Il Nuovo Testamento parla di “inni, canti, salmeggi”: vari aspetti della stessa realtà. I primi cristiani lodavano in coro Dio, ripercorrevano le invocazioni dei Salmi, inventavano nuovi canti e melodie per ringraziare, chiedere pietà, trovare forza e coraggio. Alcuni esempi di parole di canti del I secolo sono probabilmente quelli che troviamo in Efesini 5:14, Filippesi 2:6-11, I Timoteo 3:16, Apocalisse 4:11, 5:9 e 15:3. La nostra conclusione sia: “Cantate al Signore un canto nuovo; la Sua lode nell’assemblea dei fedeli” (Salmo 149:1) “La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi” – - – La Chiesa di Cristo offre a tutti la possibilità di conoscere la Parola di Dio studiando il Vangelo per corrispondenza con un corso biblico gratuito (pubblicato settimanalmente anche su questo sito) oppure a casa vostra o presso di noi: contattateci attraverso le nostre pagine su Facebook ChiesadiCristoInSorrento http://www.facebook.com/chiesadicristo.insorrento.5  , pagina fan http://www.facebook.com/ChiesaDiCristoInSorrento oppure scrivendoci al nostro indirizzo email : chiesadicristo2012@libero.it. Siamo anche su Twitter : ChiesaDiCristo@ChiesaDiCristo2