Un culto “in spirito e verità” (Lezione n. 13)

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Posted on : 09-05-2013 | By : Antonio2012 | In : Arte e Cultura, Religione

 

“Gesù le disse: «Donna, credimi; è giunto il momento in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre.  Voi adorate quel che non conoscete; noi adoriamo quel che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei.  Ma l’ora viene, anzi è già venuta, che i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; poiché il Padre cerca tali adoratori.  Dio è Spirito, e quelli che lo adorano bisogna che lo adorino in spirito e verità». Giovanni 4:21-24

Così Gesù parlando alla samaritana, rivelò l’imminente superamento dei capisaldi liturgici sia dei Giudei ( che adoravano Dio nel tempio di Gerusalemme), sia dei Samaritani ( che riconoscevano solo una parte del Vecchio Testamento e adoravano in un tempio sulla montagna di Garizim).

“Dio è spirito, e quelli che Lo adorano devono adorarLo in spirito e verità”. Adorare significa “rendere a Dio il massimo grado di culto” e culto significa “tributo di onore a Dio . . . insieme di riti di una religione . . . regola delle relazioni dell’uomo con Dio”. Dio “non dimora in templi costruiti dalle mani dell’uomo ( Atti 17:24, 7:48); il Suo spirito, per mezzo della Parola, abita nei cristiani ( Atti 2:38,  I Corinzi 6:19), i cui cuori sono il vero “tempio” di Dio (I Corinzi 3:9-16, I Pietro 2:5). Per questo, la prima forma di culto è la nostra stessa vita: continuo sacrificio , trasformazione verso il bene del nostro essere, giorno dopo giorno, con abnegazione e fedeltà ( Matteo 10:39, Romani 12:1-2).

Questo culto spirituale personale è strettamente legato a quello inteso come “riunione di culto”, perché una “cerimonia” priva di coerenza, sforzo, lotta quotidiana con se stessi , sarebbe un culto vano, che condanna chi lo fa ( Marco 7:7, Matteo 21:23, Proverbi 28:9). Ecco dunque un primo significato dell’espressione “in spirito”. Il corpo che si riunisce per adorare Dio ha senso solo se i singoli membri hanno in sé un sincero amore per Dio e per il prossimo, sapendo che il Signore vuole abitare nei cuori, non fra quattro mura e che ogni apparato esteriore in più servirebbe solo a coprire il vuoto, o il marcio, che c’è in noi. “In spirito”, ossia per coloro che non vogliono sentirsi dire: “Perché Mi chiamate : Signore, Signore, e poi non fate ciò che dico?”. (Due esempi pratici : Matteo 5:23, I Pietro 3:7).

Un culto “in spirito e verità” dunque, non più un luogo specifico ed irrinunciabile in cui rendere il culto a Dio; ciò di cui vogliamo parlare più specificatamente sono le assemblee della chiesa dedicate all’adorazione comune di Dio. Fin dall’inizio, i discepoli si ritrovavano con questo fine (es. Atti 2:42); nelle riunioni di culto potevano anche essere prese importanti decisioni (Atti 13:2). La chiesa può radunarsi quando e quanto vuole: non abbiamo specifiche disposizioni in proposito, anzi, più una congregazione si raduna e meglio è per la crescita comune. Ma c’è un giorno della settimana che fin dall’inizio ha assunto un particolare significato per i cristiani. In Atti 20:6-7 leggiamo che “il primo giorno della settimana” si incentrava su una riunione della chiesa – l’unica, diciamo così, necessariamente fissa – il cui punto focale era lo “spezzare il pane”: se questa espressione è usata in un contesto di culto, nel Nuovo Testamento, sta ad indicare la “cena del Signore”, come viene detta in I Corinzi 11:20, ossia il ricordo del sacrificio di Cristo (Luca 22:14-20). Che cosa facevano i primi cristiani quando, riuniti, celebravano il culto? Senz’altro, abbiamo visto, prendevano del pane e del vino; nell’assemblea vie erano poi insegnamento, preghiera, esortazione; la Bibbia incita i cristiani anche a cantare (il che è un altro efficace modo per edificarsi); e sappiamo che nel primo giorno della settimana, in occasione delle riunioni, si raccoglievano collette (I Corinzi 16:2).

Parliamo a questo punto dell’altra espressione: “in verità”.Se la chiesa vuole rendere a Dio un culto vero ed efficace – che non segua le tradizioni e le filosofie umane (Marco 7:8, Colossesi 2:18,23) bensì la volontà di Colui che va amato e rispettato al di sopra di tutto (Matteo 22:37, I Giovanni 5:3)- deve trovare nel Nuovo Testamento le indicazioni necessarie affinché il proprio omaggio giunga al cospetto del Signore. Non dimentichiamoci, tanto per prendere esempio e ammonimento dal Vecchio Testamento (Romani 15:4), che Dio non gradì l’offerta cultuale di Caino perché era fatta senza il giusto spirito (Genesi 4:3-5), e punì severamente Nadab e Abiu perché aggiunsero di propria iniziativa, nel culto, un elemento che Dio non aveva loro ordinato (Levitico 10:1-2) . Anche qui vale dunque il principio: “Tutto si compia nel Nome del Signore Gesù” (Colossesi 3:17). Precisiamo che la Parola di Dio non ci dà una “liturgia” precisa, nel senso che non dice – ad esempio- quanto un’assemblea debba durare, in che ordine e quantità debbano essere svolte le varie parti di essa, a quale ora esatta del giorno ci si debba riunire, etc. Abbiamo però dei dati certi: le pratiche che caratterizzano la riunione di culto. Abbiamo anche alcune forme e contenuti certi (ad. Es. :il pane ed il vino per la “cena”; il primo giorno della settimana; il canto fatto “col cuore”; la preghiera ed i discorsi svolti in modo ordinato ed intellegibile; il divieto per le donne presenti di parlare ed insegnare. Etc.). Per il resto sarà la chiesa a decidere se dedicare più spazio alla preghiera o al canto, ai discorsi riguardanti la cena piuttosto che ad altri argomenti, o se la riunione debba durare mezz’ora , un’ora o più. Sarà la sensibilità dei cristiani, nello sforzo che ogni cosa sia fatta per l’edificazione comune, a decidere a seconda delle circostanze e delle esigenze concrete.Fondamentale è racchiudere questa libertà nel perimetro che Dio ha espressamente assegnato.

Tornando per un momento al luogo di riunione, è ovvio che la chiesa ha bisogno di uno spazio fisico; nel Nuovo Testamento vediamo delle comunità radunarsi in case private di cristiani (Romani 16:5, Colossesi 4:15) ed in posti aperti anche al pubblico (I Corinzi 14:23, Giacomo 2:2). Una sala è sì importante da un punto di vista logistico (sarebbe certo sconveniente, o per lo meno scomodo, radunarsi in strada o in un campo), ma non lo è assolutamente da un punto di vista “sacro” (ossia non è “sacra” di per sé stessa): è solo uno strumento , così come sono tali, ad esempio, delle eventuali sedie ( ciò non toglie , ovviamente , il rispetto e la destinazione del locale di riunione ai soli fini del culto e della predicazione – Cfr. I Corinzi 11:22). Il Nuovo Testamento non conosce “arte sacra”, “luoghi sacri” e via dicendo: il cristiano non deve avere altro supporto che l’amore di Dio, per la Sua Parola; tutto il resto non è altro che vuoto tradizionalismo e pericolo di suggestione.

Non disertiamo, dunque, le nostre riunioni (Ebrei 10:25), se abbiamo capito quanto è importante rendere a Dio un culto per mezzo del Suo spirito ( Filippesi 3:3).

“Perciò, ricevendo un regno che non può essere scosso, siamo riconoscenti e offriamo a Dio un culto gradito, con riverenza e timore! Perché il nostro Dio è anche un fuoco consumante.” (Ebrei 12:28-29)

“La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi”

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Buoni samaritani (Lezione n.11 – Chiesa di Cristo in Sorrento)

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Posted on : 09-05-2013 | By : Antonio2012 | In : Arte e Cultura, Religione

La vita dei cristiani è fatta anche di cose materiali: la loro mente è protesa verso finalità e pratiche molto spesso diverse da quelle generalmente accettate ( Cfr. Giovanni 17:14-15, Romani 12:1-2, Colossesi 3:2, I Pietro 4:2), ma in  una esistenza che prevede pur sempre lavoro, famiglia, preoccupazioni quotidiane, malattie, calamità (oltre che cose belle, si intende): come per chiunque, la Scrittura considera dunque l’eventualità che nelle chiese si presentino situazioni di cui farsi carico: un membro malato o inabile, o in difficoltà economiche, o colpito da altre avversità. Il principio-guida è ben noto e chiaro (la parabola del “buon samaritano”: Luca 10:25-37, che d’altronde va applicata nei confronti di tutti gli uomini indistintamente)ma il “bene” (beneficenza, assistenza) può paradossalmente diventare molto nocivo per il raggiungimento del bene ultimo, ovvero la salvezza eterna. In Romani 12:10-15 leggiamo:

“Quanto all’amore fraterno, siate pieni di affetto gli uni per gli altri. Quanto all’onore, fate a gara nel rendervelo reciprocamente. Quanto allo zelo, non siate pigri; siate ferventi nello spirito, servite il Signore;  siate allegri nella speranza, pazienti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera, provvedendo alle necessità dei santi, esercitando con premura l’ospitalità. Benedite quelli che vi perseguitano. Benedite e non maledite. Rallegratevi con quelli che sono allegri; piangete con quelli che piangono.”

Partecipazione, dunque, ai bisogni altrui. Ma come svolgere tale attività di aiuto? La Chiesa è sì composta da individui, ma essi non sono- presi uno ad uno- la chiesa , per capirlo, basti pensare in questo caso ad una qualunque associazione umana. Se , ad esempio , faccio parte dei “donatori di sangue”, io non sono l’associazione, e quest’ultima – composta anche da me- non è me: essa dunque ha il suo patrimonio, un modo stabilito di raccogliere fondi, ed è rappresentata da organi; vive in pratica, una propria vita legata anche alla mia, ma non completamente confusa con la mia. Il mio stipendio resta sempre mio, e faccio con esso quello che mi pare; se poi ne dono una parte all’associazione, tale parte non è più mia e non può più essere usata per fini miei propri, ma solo per quelli che l’associazione si è legalmente proposti. Inoltre, non posso portare problemi personali all’interno dell’associazione, se non nei modi e termini eventualmente stabiliti, né posso farmi autonomamente carico di attività da svolgere. Valga ciò anche per la chiesa ed i membri che la compongono, perché queste sono le indicazioni che il Nuovo Testamento ci dà.

Dobbiamo allora domandarci quando vogliamo far materialmente del bene a qualcuno, se , come e quanto può o deve farlo la chiesa in quanto chiesa: essa infatti ha un proprio patrimonio, un proprio bilancio, costituito dalle collette dei fedeli. Nel momento in cui una parte delle mie entrate è devoluta alla comunità affinché essa possa essere messa in condizione di raggiungere i propri fini, devo capire bene quali essi sono, per rispettarli. Qualche esempio pratico: un mio amico è in gravi difficoltà finanziarie: posso chiedere alla chiesa di aiutarlo con i soldi della comunità? Oppure: possiamo sovvenire ai bisogni di una popolazione di terremotati coi soldi della chiesa, o spedirli in Etiopia per una carestia? E ancora, per parlare anche dei membri della chiesa: possiamo costruire, con i soldi delle comunità, un ospizio dove assistere gli anziani, o gli orfani cristiani , etc.? la risposta non va ricercata nei nostri “io penso, io credo . . .”, ma nel Nuovo Testamento: ci autorizza Dio, esplicitamente o tramite esempi apostolici, a far cose simili? No! Non troviamo nelle Scritture né un comando  esplicito, né un esempio apostolico, per sostenere simili pratiche. Il perché è semplice: non sono questi gli scopi della chiesa; se lo fossero, essa sarebbe stata strutturata in ben altro modo. Per svolgere tali compiti come si deve, infatti, essa dovrebbe non solo trascurare il proprio scopo ( la predicazione) ma anche a volte inserirsi in quelle fitte reti finanziarie e mondane che nulla hanno a che fare col Vangelo.

Non esiste beneficenza ad opera della chiesa come mezzo di predicazione, né tanto meno come fine a sé stante! Un esempio biblico ci chiarirà meglio le idee! 1° Timoteo 5 parla di persone che – specialmente nel I secolo – si trovavano in condizioni economiche molto critiche: le vedove ( che nella Bibbia , assieme agli orfani , sono il classico esempio della persona bisognosa). Da tale contesto capiamo come il prendersi cura economicamente di qualcuno da parte della chiesa sia l’eccezione e non la regola.

Innanzitutto, si parla solo di membri della congregazione: quelli di fuori non sono nemmeno considerati. Poi, affinché la persona possa essere aiutata coi soldi della comunità (quindi, del Signore) Paolo richiede una serie di requisiti personali (anzianità , unico matrimonio, buona testimonianza passata e presente, servizio costante per gli altri) ed ancora una condizione oggettiva: che non vi siano familiari che possano prendersene cura personalmente. Solo se la persona possiede i requisiti soggettivi ed oggettivi richiesti (nel caso specifico: se è “veramente vedova”, ossia bisognosa senza altre possibilità d’aiuto, e se è meritevole per il servizio svolto) la chiesa dovrà essere “aggravata”, dovrà cioè portare il peso economico della sua condizione. Se la chiesa non può, dunque, sovvenire come chiesa ai bisogni materiali dei propri membri salvo che in casi eccezionali, come potrà occuparsi di quelli di fuori, non “familiari”?

Con ciò, non dobbiamo assolutamente sminuire l’immensa importanza dell’aiuto reciproco fra cristiani , come individui uno verso l’altro (Cfr. ad es. I Timoteo 6:17-18, I Giovanni 3:17-18, Giacomo 2:15-17) ed anche verso tutti gli uomini, a prescindere da chi essi siano (Matteo 25:31-46). Aver chiari i fini e le regole della chiesa non deve farci dimenticare i nostri fondamentali doveri di credenti; capire ciò che la chiesa non deve fare non ci esime dal capire anche ciò che come singoli cristiani dobbiamo fare; anzi, è la chiesa stessa che , con la sua opera di predicazione ed edificazione, mi deve istruire su quelli che sono i miei doveri di aiuto verso i familiari, i fratelli in Cristo ed il prossimo in generale. È con lo spirito nuovo del Vangelo che diventerò più sensibile , attento alle sofferenze e difficoltà altrui, pronto a prodigarmi pagando di tasca mia ( col mio tempo, i miei sforzi), proprio come il buon samaritano. Possiamo aiutare un estraneo, ma per conto nostro o associandoci distintamente dalla chiesa e se possiamo aiutare un fratello senza aggravare la comunità, dobbiamo farlo, affinché con le nostre buone opere confermiamo il buon insegnamento ricevuto e non intralciamo l’andamento della casa di Dio, che serve a salvare le anime della gente facendole convertire a Cristo. Saremo giudicati anche in base a ciò che avremo fatto agli altri personalmente, e non scaricando le nostre responsabilità sulla chiesa o altre istituzioni.

“Non dimenticatevi della beneficenza e di far parte dei vostri beni agli altri , perché di tali sacrifici il Signore si compiace!” ( Ebrei 13:16).

La beneficenza non è dunque, di regola, un fine della chiesa; essa si esercita solo eccezionalmente verso membri della propria comunità; in ogni altro caso, è solo una logica conseguenza dell’insegnamento ricevuto nella chiesa stessa, efficace nelle relazioni interpersonali. È ovviamente lodevole la partecipazione del cristiano ad istituzioni ed attività umanitarie, fatto salvo l’adempimento del proprio dovere all’interno della comunità di Cristo.

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Mente e Cuore (Lezione n.15 – Chiesa di Cristo in Sorrento)

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Posted on : 09-05-2013 | By : Antonio2012 | In : Arte e Cultura, Religione

Mente e cuore Lezione n. 15 Le riunioni della chiesa comprendono insegnamento, preghiera e canto; Tutto stabilito per la crescita spirituale della comunità e che rappresenta una forma di predicazione per tutti i presenti. Fin dall’inizio i cristiani: “erano perseveranti nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nella comunione fraterna, nel rompere il pane e nelle preghiere”(Atti 2:42). In Colossesi 3:16 leggiamo: “La parola di Cristo abiti in voi abbondantemente, ammaestrandovi ed esortandovi gli uni gli altri con ogni sapienza, cantando di cuore a Dio, sotto l’impulso della grazia, salmi, inni e cantici spirituali.” Quando Barnaba e Paolo giunsero ad Antiochia, parteciparono per un anno alle riunioni della chiesa, gettando le basi per il successivo sviluppo, istruendo nella dottrina apostolica i fratelli (Atti 11:26). Scelsero anche le persone in grado di continuare l’opera di istruzione , per potersi essi dedicare ad altre missioni: ecco dunque che nella comunità c’erano dei “dottori” (Atti 13:1-2), ossia insegnanti. Anche Timoteo, incaricato di predicare ad Efeso (I Timoteo 4:11-16), fu inviato da Paolo a controllare che non si divulgassero nella comunità false dottrine (I Timoteo 1:3) e ad individuare fra i fratelli quelli più fidati e capaci di potersi dedicare a loro volta a questo tipo di servizio (II Timoteo 2:2 – non tutti hanno i talenti per insegnare : I Corinzi 12:29, Romani 12:7). Lettura e studio della Parola sono momenti fondamentali nella vita dei cristiani; la chiesa si costruisce anche e prima di tutto con le basi dottrinali imparate in comunità, alle quali si aggiungeranno poi studio e riflessioni personali. In assemblea si legge sempre e solo la Bibbia: nessun altro scritto è autorizzato come testo-base (la Scrittura è necessaria e sufficiente: I Timoteo 3:14-16). Ogni scritto umano può essere studiato personalmente, per approfondimenti e curiosità, ma inserirlo in un’assemblea del corpo di Cristo come testo di studio autoritativo sarebbe veramente un sacrilegio, un mancato rispetto dell’assoluta autorità di Dio! Anche la preghiera ha un ruolo insostituibile (Marco 11:24, I Tessalonicesi 5:17, Giacomo 5:16). Essa viene rivolta al Padre nel Nome di Cristo – Unico Mediatore fra Dio e gli uomini (I Timoteo 2:5) (Matteo 6:7). Si prega da soli (Matteo 6:6), assieme ad alcuni fratelli (Atti 16:25 e 20:36) o con tutta la comunità riunita (Atti 4:23). Quando i cristiani pregano assieme, devono farlo in modo semplice, chiaro, comprensibile, corretto, sempre istruendo (I Corinzi 14:12-19): in questo caso, infatti, chi prega lo fa a nome della chiesa, esprimendone il pensiero e deve dunque esporre esigenze note facendosi ben intendere, affinché fratelli e sorelle possano dire l’amen (= così sia) di approvazione e gli estranei presenti possano capire ed essere istruiti. Ricordiamo che unicamente gli uomini della comunità – e fra essi quelli che la chiesa reputa capaci di farlo – possono insegnare e pregare pubblicamente (I Corinzi 14:34, I Timoteo 2:11-12). Ogni cosa deve passare al “vaglio” della preghiera nella congregazione : si prega per il progresso del Vangelo (Colossesi 4:3, II Tessalonicesi 3:1), per il coraggio nella testimonianza di Cristo al mondo (Atti 4:29), per ringraziare Dio di ogni cosa (I Timoteo 2:1), per non cadere nelle tentazioni (Luca 22:40), per i fratelli e gli uomini che soffrono (Giacomo 5:13-14), per i governanti (I Timoteo 2:2), per coloro che si dedicano specificamente alla predicazione (Matteo 9:38, Efesini 6:19), per crescere nella fede (Luca 17:5, II Tessalonicesi 3:2,10), per tutti gli uomini, anche i nemici (Luca 6:8 e 23:34) , per ricordare il sacrificio di Cristo (Luca 22:17) e per ogni altra cosa che la Scrittura ci indichi. La parole d’ordine per l’efficacia della preghiera sono: umiltà, sforzo di coerenza personale, e . . . tanta, tanta fiducia in Dio !(Matteo 21:21)! A che servirebbe studiare ed organizzarsi, senza poi sforzarsi di essere operatori della Parola (Giacomo 1:25) e senza affidare tutto a Dio pregando prima , durante e dopo le nostre azioni (I Pietro 5:7, Filippesi 4:7)? “Insegnaci a pregare” chiesero gli apostoli a Gesù ed Egli ci diede quel magnifico “schema” di preghiera che conosciamo (Luca 11:22-4), così utile da seguire sempre nella sua essenzialità: adattandolo , certo, alle concrete esigenze del momento (Atti 4:23 ss.), ma imparando da esso semplicità, chiarezza, sottomissione al Padre. Le nostre parole a Dio sono chiamate dalla Bibbia anche “suppliche, intercessioni, ringraziamenti”: modi diversi di esprimere i vari aspetti di un’invocazione. Dopo l’ultima cena, Gesù, prima di recarsi verso il monte degli Ulivi, “cantò l’inno” assieme agli apostoli (Matteo 26:30). Costatiamo che quella doveva essere, per loro, un’abitudine. Quando Paolo e Sila furono imprigionati a Filippi, il loro cantare inni a Dio attirò l’attenzione dei carcerieri, uno dei quali in seguito domandò: “Cosa devo fare per essere salvato?”: a parte il terremoto (Atti 16:25 ss.), lo spirito e le parole di quei canti dovevano essere davvero profondi e toccanti! Non meravigli, dunque, che anche ai cristiani sia detto di cantare; è un altro modo per ringraziare e lodare Dio, insegnare, ammonire se stessi e gli altri, riempirsi di spirito e di coraggio (Efesini 5:19, Giacomo 5:13, Colossesi 3:16). Vista l’importanza della cosa, è senz’altro bene dedicare del tempo al miglioramento delle capacità canore della comunità; è bene imparare a cantare, ma senza andare al di là di quelle che sono le vere esigenze. Non servirebbe a nulla mettere assieme un fantastico coro, se questo facesse poi perdere di vista il contenuto, l’immediatezza, la semplicità e se facesse perdere troppo tempo prezioso per predicare. Che lo strumento-canto sia dunque sempre più un mezzo dignitoso, sì, ma non si scambi mai, anche qui, il mezzo con il fine! Lo strumento da usare, infatti, è il nostro cuore! Ecco anche perché il Nuovo Testamento, a differenza del Vecchio, non parla mai di strumenti musicali e perché i primi cristiani, che pur sapevano suonare, usavano unicamente la propria voce. Ricordiamo che solo diversi secoli dopo Cristo s’iniziò ad introdurre l’uso di strumenti meccanici: il che è però arbitrario quanto l’uso di candele, incenso, immagini “sacre”, paramenti “sacri”, acque “sante” e via dicendo: tutte cose che servono non a Dio, né ai veri cristiani (che imparano a trovare il contatto con Dio con quel minimo di appigli materiali lasciatici- essenzialmente : il pane ed il vino), bensì agli uomini che cercano al di fuori di se stessi ciò che manca nel proprio cuore. La suggestione causata dall’arte umana, purtroppo, fa perdere di vista la volontà di Dio (non scordiamoci di Nadab e Abiu!). Il Nuovo Testamento parla di “inni, canti, salmeggi”: vari aspetti della stessa realtà. I primi cristiani lodavano in coro Dio, ripercorrevano le invocazioni dei Salmi, inventavano nuovi canti e melodie per ringraziare, chiedere pietà, trovare forza e coraggio. Alcuni esempi di parole di canti del I secolo sono probabilmente quelli che troviamo in Efesini 5:14, Filippesi 2:6-11, I Timoteo 3:16, Apocalisse 4:11, 5:9 e 15:3. La nostra conclusione sia: “Cantate al Signore un canto nuovo; la Sua lode nell’assemblea dei fedeli” (Salmo 149:1) “La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi” – - – La Chiesa di Cristo offre a tutti la possibilità di conoscere la Parola di Dio studiando il Vangelo per corrispondenza con un corso biblico gratuito (pubblicato settimanalmente anche su questo sito) oppure a casa vostra o presso di noi: contattateci attraverso le nostre pagine su Facebook ChiesadiCristoInSorrento http://www.facebook.com/chiesadicristo.insorrento.5  , pagina fan http://www.facebook.com/ChiesaDiCristoInSorrento oppure scrivendoci al nostro indirizzo email : chiesadicristo2012@libero.it. Siamo anche su Twitter : ChiesaDiCristo@ChiesaDiCristo2


Sul mistero divino di T.R.

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Posted on : 22-02-2013 | By : Antonio2012 | In : Arte e Cultura, Religione

Sul mistero divino

Io non so che cosa determini realmente l’incessante evolversi del tempo e dello spazio nelle gelate tundre siderali, né conosco le regole che definiscono l’altalenante alternanza della vita e della morte sull’azzurro pianetino alla periferia della Via Lattea; non so perché sia necessario che una falena sbatta vorticosamente le sue ali o che un leone diffonda il suo cupo ruggito nella Savana assolata e neppure riesco a comprendere l’intimo motivo per cui un neonato debba morire nella culla o un giovane proiettato nel futuro debba finire tragicamente maciullato sull’asfalto. Intuisco tuttavia – e mi guardo bene dal fare della mia intuizione un dogma – che dietro le fumose cortine galattiche c’è un qualcuno di infinitamente grande e diverso da tutto ciò che conosciamo con i nostri limitatissimi sensi, e già definirlo “qualcuno” è un azzardo, giacché sto parlando dell’incommensurabile, dell’impalpabile, di un quid che non potrei circoscrivere ed identificare neppure col più alto volo della fantasia creativa. Non potendo definirlo, ho difficoltà anche a parlarne, ma la ragione e l’intuitività mi suggeriscono con insistenza e forza che questo qualcuno, il grande alieno cosmico, esiste davvero. E se esiste, vorrà pure dire che ci guarda e ci osserva, forse ci spia o semplicemente ci tollera dall’alto del suo imponderabile regno, o peggio, ci ignora del tutto. A lume di logica (umana, evidentemente), e senza scomodare alcun testo sacro ante o postdiluviano, anche un infante in via di maturazione può intuire che al fatto corrisponde un fattore, al creato un creatore, e di solito chi crea si affeziona al suo elaborato. Da qui alla cerebrale speranza (o spirituale certezza) che Dio ci ami, il passo è breve, ed è un passo non da poco, in quanto da esso discendono disciplina, rispetto, solidarietà, riguardo verso ciò che io sono , in quanto (piccola) emanazione divina e ciò che rappresento – nel mio continuo divenire- verso gli altri e dal punto di vista degli altri. In altre parole, se ipotizzo (e di più proprio non posso) che esista un Dio, e quindi un Cristo suo figlio, devo a quel punto ipotizzare anche una benevola volontà creativa da parte di un Dio padre verso i suoi figli “creati”. Capisco che tale prospettiva è simile a chi, arrampicandosi sugli specchi, voglia dimostrare al mondo che tutto va bene e la vita è bella. Il fatto è qui, siamo partiti dall’assunto di non voler dimostrare niente, anzi, di non prendere niente per dimostrato; ma il fatto stesso di sconfessare le dogmatiche certezze delle varie chiese, in quanto portatrici accanite di presunte verità (presunte proprio perché indimostrabili), non esclude paradossalmente che tali (tutte o alcune o solo una) verità per dogma debbano in qualche modo dimostrarsi poi veritiere. Gandhi diceva che nessuno conosce la verità assoluta e pertanto nessuno ha il diritto di punire, cioè di ergersi a giudice. Parafrasandolo, io intendo dire che nessuno – al di là di puerili fiabesche pretese- può dimostrare di avere quotidiani incontri con il Padreterno , nessuno – Papa compreso, anzi proprio partendo dal Papa- può ergersi ad interprete e saggio conoscitore di imperscrutabili volontà dell’Ente Supremo. Ed allora nessuno ha il diritto di vantare un improponibile primato nei confronti di Dio, nessuno può dirsi più eletto di altri, nessuno e nessun popolo possono accampare una sorta di titolo preferenziale rispetto alle altre razze o alle altre religioni. Un ebreo non è migliore di un cristiano, e questi non è migliore di un mussulmano, e quest’ultimo non è migliore di un buddista. Siamo tutti uguali, tutti ugualmente sbattuti dal mare in tempesta, malamente stipati sulla barchettina dell’esistenza, stremati dal male che ci attanaglia e che ci vorrebbe tutti nel gorgo vorticoso della disgregazione, un male che viene da lontano, dall’oscuro prevalere della materia istintiva (ai primordi dell’umanità) sulla debole luce della spiritualità e sull’ancor più fioca fiammella del raziocinio.

All’arroganza dell’ignorante rispondiamo col pacifico dubbio, alle certezze dello scettico con un candido sorriso.

T.R.

 


Il progetto:la nascita della chiesa

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Posted on : 22-02-2013 | By : Antonio2012 | In : Religione

 

Lezione n.3

L’inizio miracoloso di Pentecoste pone il sigillo divino all’avvio dei “lavori in corso”. Ogni creazione di Dio –materiale o spirituale che sia – comincia prodigiosamente, per stabilizzarsi poi, pian piano, in una Legge costante, ripetitiva, naturale (si vedano la creazione della terra e dell’uomo, la stipulazione del Vecchio Patto con la legge di Mosè . . . ). La nascita della chiesa (Atti 2) rappresenta un momento fondamentale, unico, eccezionale. Abbiamo detto come da Gerusalemme dovesse poi espandersi il Vangelo per tutta la terra in breve tempo, e non è facile per noi renderci conto di quanto “pazzo”, umanamente impossibile, fosse un simile compito! Ma l’intervento di Dio- che sarà miracoloso in certi momenti-chiave- unito alla buona volontà, al coraggio, all’abnegazione, in una parola alla FEDE profonda ed operante di tanti cristiani, farà affrontare vittoriosamente tante difficoltà e conseguire risultati eccezionali , nonostante la debolezza degli strumenti usati dal Signore. Come dice la Scrittura : “. . . Ma noi abbiamo questo tesoro in vasi di creta, perché appaia che la potenza straordinaria viene da Dio e non da noi. Siamo, infatti, tribolati da ogni parte, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati , colpiti , ma non uccisi, portando sempre e dovunque  nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo”. (II Corinzi 4:7-10)

Le fondamenta

Gli apostoli, ai quali fu rivolta da Gesù la promessa di essere guidati dallo Spirito Santo in tutta la verità (Giovanni 14:23 e 16:13), investiti dalla potenza di Dio (Atti 2) , diedero inizio alla loro predicazione, ponendo a poco a poco le fondamenta della costruzione divina. Ecco perché il loro ruolo, unico ed irripetibile come quello dei profeti (le fondamenta si mettono una volta sola, dopo di che possono erigersi le mura), viene descritto in modo enfatico dal Signore. Ad esempio:

  • Gli apostoli , in quanto veicoli della originaria e pura dottrina di Dio, “siederanno in trono a giudicare le dodici tribù di Israele” (Luca 22:30). Il linguaggio qui usato da Gesù va “decodificato” tramite la conoscenza di simboli usuali e significativi della Sacra Scrittura. La Parola che giudicherà gli uomini nell’ultimo giorno – il giorno del giudizio – è la Parola di Cristo (Giovanni  12:48); questa Parola è stata portata al mondo dai testimoni oculari della Sua vita, gli apostoli (Giovanni 17:20), guidati dallo Spirito Santo; è dunque la “dottrina apostolica” il Modello (II Timoteo 1:13) al quale dobbiamo rifarci per edificare la nostra fede personale e la chiesa ; la Parola è il metro di paragone, di giudizio, per l’Israele spirituale di Dio (vd. Galati 6:16, I Corinzi 10:18 e Giacomo 1:1, dove lo scrittore sacro dice simbolicamente “dodici tribù”, rivolgendosi ai cristiani)
  • Gli apostoli sono il “profumo della conoscenza di Dio nel mondo intero: profumo di Cristo fra quelli che si salvano e quelli che si perdono; per gli uni odore di morte, per la morte e per gli altri odore di vita per la vita” (II Corinzi 2:15); a loro è stato affidato il “ministero della riconciliazione” fra Dio e gli uomini, e loro possono dire: “ . . . è come se Dio esortasse per mezzo nostro” (II Corinzi 5:19-20). Ecco perché nella simbolica descrizione della “Gerusalemme celeste”, raffigurante il dimorare dei salvati con Dio nella vita eterna, “Le mura della città poggiano su dodici basamenti , sopra i quali sono i dodici nomi dei dodici apostoli dell’Agnello” (Apocalisse 21:14)

Torniamo a Matteo 16:18. La promessa di Gesù è di edificare sopra una “pietra”. Leggendo il versetto 16, ed avendo presenti almeno i rudimenti del cristianesimo, possiamo senza troppe difficoltà comprendere che Gesù sta parlando di quella “pietra angolare” preannunciata dai profeti quale prima ed insostituibile realtà dell’opera di Dio: il Cristo, il Messia (ricordiamo che la pietra angolare è quella posta nell’angolo di un edificio per sostenerne i muri, e figurativamente indica dunque il fondamento irrinunciabile di qualcosa). Con un po’ di pazienza, si vedano i seguenti passi, indispensabili per proseguire: Matteo 21:42, Salmo 118:22, Isaia 8:14 e 28:16, Atti 4:11 (dove è Pietro che predica, dando ben ad intendere di aver capito Chi è la “pietra” senza cui l’edificio non può reggere!) e I Pietro 2:4-10 (dove ancora lo stesso Pietro ci dà “l’interpretazione ufficiale” di Matteo 16:16-18): la pietra angolare scelta e preziosa è Cristo; la nostra fede in Lui, nella Sua divinità, porta all’obbedienza ai Suoi voleri e costituisce dunque la prima, sufficiente e necessaria condizione affinché l’edificio spirituale della chiesa regga (si confronti anche : I Corinzi 3:10-11).

Il Signore edifica tramite PERSONE che credono in Lui, nella Sua Persona, nella Sua Parola: gente che vuole costruire non sopra filosofie e personalità umane, ma sopra Dio stesso, sul Suo insegnamento; cioè sulla ROCCIA e non sulla sabbia (Matteo 7:24-27). La chiesa ha come unica base e regola la dottrina apostolica, per noi scritta nel Nuovo Testamento una volta per sempre (Giuda v.3): ogni sottrazione o aggiunta comporterebbe uno squilibrio e prima o poi, inevitabilmente, il crollo (per lo meno agli occhi di Dio: vd. Apocalisse 2:5 e 3:1).

Dio ci ha dato il Suo Progetto : sta a noi rispettarlo, eseguirlo, onorando la volontà dell’Architetto dell’universo. Non ci accada mai di pretendere di “migliorare”, di  “abbellire” il progetto di Dio con nostre invenzioni, speculazioni, opinioni: sono proprio queste cose, infatti , che portano al pullulare di teologie, filosofie e chiese tutte “umane”. La confusione, nel mondo religioso, è dovuta proprio alla mancanza di rispetto che l’uomo troppo spesso ha nei confronti del Vangelo.

Dobbiamo dunque riproporre nella pratica gli insegnamenti morali, organizzativi, culturali del Nuovo Testamento. “Dove sono due o tre riuniti nel Mio Nome, Io sono in mezzo a loro”, dice Gesù (Matteo 18:20). Ossia , dovunque qualcuno si sforza di risolvere assieme ad altri i propri problemi spirituali secondo l’autorità, la volontà di Cristo . . . nasce la chiesa. Oggi abbiamo parlato solo delle fondamenta e dell’atteggiamento di base richiestoci affinché Cristo edifichi la Sua chiesa. Vedremo in futuro approfondimenti e specificazioni varie per le mura, composte dalle pietre-cristiani, da innalzare. Dice Paolo ai cristiani: “Così dunque non siete più né stranieri né ospiti; ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio. Siete stati edificati sul fondamento degli apostoli e dei profeti, e avendo come pietra angolare LO STESSO CRISTO Gesù, IN LUI ogni edificazione cresce ben ordinata per essere tempio santo del Signore; IN LUI anche voi assieme agli altri venite edificati per diventare dimora di Dio per mezzo dello Spirito” ( Efesini 2:19-22)

 

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Resistere restando fedeli alla dottrina del nostro Signore Gesù Cristo

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Posted on : 22-02-2013 | By : Antonio2012 | In : Religione

 

Lezione n.4

La chiesa è un tipo di società per certi aspetti diversa da ogni altra, perché fondata sulla Divinità ed autorità di Cristo: questa “pietre angolare” la distingue da ogni altro tipo di associazione, gruppo o  corrente di pensiero. Nessun altro può avere come capo e guida il Signore (Colossesi 1:18) ; nessuno altro ha come proprio unico “codice” di vita la Parola di Dio che, se accolta, può salvare le nostre anime (Giacomo 1:18); nessuno altro può vantare la prerogativa di essere il CORPO DEI SALVATI (Efesini 5:23), composto cioè da coloro che sono nelle condizioni di poter aspirare alla vita eterna:

“ Ma voi, carissimi, ricordatevi di ciò che gli apostoli del Signore nostro Gesù Cristo hanno predetto, quando vi dicevano: «Negli ultimi tempi vi saranno schernitori che vivranno secondo le loro empie passioni».  Essi sono quelli che provocano le divisioni, gente materiale, che non ha lo Spirito. Ma voi, carissimi, edificando voi stessi nella vostra santissima fede, pregando mediante lo Spirito Santo, conservatevi nell’amore di Dio, aspettando la misericordia del nostro Signore Gesù Cristo, a vita eterna. . .” (Giuda vv17-22)

Qui, come in molti altri passi del Nuovo Testamento, all’esortazione positiva si accompagna l’ammonizione verso coloro che – come predetto da Gesù e dagli apostoli – stavano già, verso la fine del I secolo, seminando zizzania nel campo di Dio.

Nella prima lezione, accennando a Matteo 16:18, abbiamo visto però che Gesù promise: “Edificherò la Mia Chiesa, e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa”. Come conciliare, dunque, queste due realtà?

Come Giuda ci ha ricordato, Gesù e gli apostoli non hanno mai tralasciato di predire l’apostasia” (ossia l’allontanamento, la deviazione, l’abbandono, lo stravolgimento; II Tessalonicesi 2:3 e I Timoteo 4:1), e non ci hanno mai creato l’illusione di una via senza intoppi, sofferenze, rischi e problemi di vario genere. Pietro ,infatti, giunse a dire: “ La via della verità sarà coperta di improperi” (I Pietro 2:2) e Paolo preannunciò l’infiltrarsi di dottrine ad opera di gente sedotta dal demonio (I Timoteo 4:13), sapendo perfettamente che molti “lupi rapaci” non avrebbero risparmiato il gregge, facendolo deviare verso direzioni sbagliate (Atti 20:30).( Si vedano anche passi come Matteo 7:15,  II Timoteo 2:17 e 3:1ss, I Giovanni 2:18-19, Romani 16:17-18, Galati 1:7-8 ( e molti altri potrebbero essere ricordati)).

Lo stesso Gesù pose una tragica domanda: “Ma il Figlio dell’uomo, (lui stesso) quando verrà, troverà la fede sulla terra?”. In poche parole: paradossalmente, potrebbe anche capitare che, al ritorno di Cristo, alla fine del mondo . . . non ci siano cristiani!

Nelle lettere alle “sette chiese” (Apocalisse cap. 2-3), indirizzate ad alcune comunità del tempo, (ma simbolicamente a tutte le assemblee di Cristo di ogni tempo e luogo), ne troviamo: Due che camminano bene, con costanza e fedeltà (Smirne, Filadelfia); Due che conservano ancora una buona impostazione di fondo, ma hanno anche urgenza di ritrovare l’ardore di un tempo e di evitare errori nei quali rischiano di cadere (Efeso, Pergamo); Due segnate da divisioni interne, con un folto gruppo di fratelli sulla via dell’errore (Tiatiri e Sardi la quale , in buona parte, è considerata già “morta”); Una, ancor di più sull’orlo del precipizio, né fredda né fervente, che sta per essere “vomitata” dalla bocca del Signore (Laodicea).

È bene ricordare le esortazioni del Signore che sono “ Conserva ciò che hai . . . resisti. . . ravvediti . . . fai le opere di prima. . .  abbi costanza . . . persevera . . . attingi da Me quel che ti serve”. Evidente è  a questo punto, che la promessa di Gesù non è una garanzia di salvezza a prescindere dal nostro comportamento e dalle nostre scelte!

Le “porte” dell’Ades (Gesù riprende qui un’immagine tipica del tempo, secondo cui il regno dei morti veniva visto con molte porte che, come nelle odierne prigioni, ne sbarravano o aprivano l’ingresso) sono le macchinazioni di Satana ( II Corinzi 2:11), gli attacchi del maligno, dai quali dobbiamo difenderci con la fedeltà e la preghiera (Matteo 6:13, Efesini 6:10ss, I Pietro 5:8). La morte non può prevalere contro la chiesa di Cristo, ma una chiesa di Cristo può “morire” cessando di essere una chiesa Di Cristo!

Una comunità, come ogni singolo cristiano, può iniziare a credere, insegnare e praticare dottrine sbagliate; può tollerare troppo a lungo del male nel proprio interno; può stravolgere il modello di chiesa lasciatoci dal Signore o farsi prendere dalla pigrizia, dalla superficialità, come anche dall’orgoglio e dalle manie di grandezza. In tal modo, essa muore, diventa dominio di Satana, il quale va sempre in giro cercando chi è abbastanza debole da cadere nei suoi tranelli ed i suoi tranelli sono efficaci se noi acconsentiamo, se gli lasciamo spazio, non tenendoci attaccati alla “Parola sicura” (Tito 1:9), al buon deposito affidatoci da Cristo (II Timoteo 1:14) e dunque non rivestendoci dell’ armatura spirituale di Dio (Efesini 6:10ss).

Lo sbaglio di un gruppo di persone va a loro perdizione ma non a detrimento del piano di salvezza di Dio, che è sempre lì, stabile, affinché ogni persona di buona volontà lo metta in pratica ( II Timoteo 2:11-13). Da quando il Nuovo Testamento è stato scritto, sono nate tante dottrine e pratiche assurde: il Nome di Cristo è stato usato per le credenze e per le azioni più strane e spesso apertamente malvagie ed ipocrite; sono nate centinaia di “Chiese” che ben poco hanno a che vedere con la chiesa di Cristo e la via della verità è stata davvero calunniata.

Restando fedeli alla dottrina del nostro Signore Gesù Cristo non rischieremo di crederci vivi, pure essendo morti (Apocalisse 3:17), di essere “ricchi”, pur essendo “poveri” (Apocalisse 3:17) e non useremo Matteo 16:18 al fine di giustificare ogni nostra invenzione, deviazione e testardaggine.

“Certa è questa parola: se moriamo con Lui, vivremo anche con Lui; se con Lui perseveriamo, con Lui anche regneremo; Se Lo rinneghiamo, anch’Egli ci rinnegherà; se noi manchiamo di fede, Egli però rimane fedele, perché non può rinnegare Se stesso”. (II Timoteo 2:11-12).

È la nostra apostasia, dunque, che ci causa la morte, perché Dio non salva chi esce dal solco da Lui tracciato (Matteo 15:13); ma nonostante tutto, Egli resta sempre fedele, lascia fermo il Suo proponimento, il Suo piano di salvezza di cui tutti, in ogni momento, possono beneficiare mettendosi sulla retta via. Le porte del male non possono far nulla contro chi, Nuovo Testamento alla mano, vuole costruire la fortezza di Dio secondo il Suo progetto, con determinazione e fiducia. Raduniamoci sempre “nel Suo nome” e Egli sarà immancabilmente con noi!
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Anniversario dell’apparizione della Madonna di Lourdes

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Posted on : 07-02-2013 | By : tonidigrigio | In : Religione

La prima apparizione della Vergine nella grotta di Massabielle vicino alla città di Lourdes è datata giovedì 11 febbraio 1858. Un giorno che cambiò profondamente e in maniera indissolubile il rapporto dell’uomo con la Fede, la Vergine rinnovò all’umanità tutta di affidarsi all’Amore di Dio.

Bernardetta Soubirous, un’umile fanciulla delle campagne, fu scelta per portare nel mondo i messaggi di Maria, ammonendo i peccatori ed invitandoli alla conversione, alla carità e alla preghiera.

Bernardetta nasce il 7 gennaio 1844 nel mulino di Boly, ancora oggi conservato e meta di visite. La prima infanzia di Bernardetta è serena: i genitori Francesco Soubirous e Luisa Castérot si amano e questa energia gli permetterà di affrontare i numerosi lutti e le difficoltà che incontreranno. Vivendo ogni giorno nell’amore della propria famiglia, Bernardetta scoprirà l’importanza di amare il prossimo; ciò forgerà lo spirito della ragazza, soprattutto nell’anfrontare con coraggio e speranza le malattie che ne minano la fragile salute, la miseria, o le prove della Fede.

Ad un anno dalla nascita di Bernadetta, iniziano i primi problemi economici per la famiglia, il padre è un uomo caritatevole e non si preoccupa di incassare dai numerosi creditori, molti dei quali indigenti. Questo è solo la prima di un corollario di difficoltà che incontrerà la famiglia Soubirous negli anni a seguire: il peggioramento della salute di Bernardette, il ferimento del padre e la perdita del mulino, la miseria, sino all’infamante accusa del furto di due sacchi di farina rivolta a Francesco.

Si giunge così al giorno del primo incontro con la Vergine, 11 febbraio 1858; insieme alla sorella e a un’amica, Bernardetta si reca a Massabielle, lungo il Gave, alla ricerca di legna finchè, non alzando la testa verso la Grotta: ” Ho visto una signora vestita di bianco. Indossava un abito bianco, un velo bianco, una cintura blu ed una rosa gialla su ogni piedi.”.

Bernardette si fece il segno della croce e iniziò a recitare il rosario con la misteriosa Signora, terminato il rosario, la Signora scomparve.

Qualche giorno dopo, il 14 febbraio, Bernardetta tornò alla Grotta spinta da un’inspiegabile forza, giunta nel luogo la Signora non c’era, allora Bernardetta iniziò a recitare nuovamente il rosario, subito dopo la vide apparire e la Signora le rimase vicino per tutta la durata delle preghiere.

In seguito Bernardetta si recò più volte nei presi della Grotta, in quella successiva chiese alla Signora di scriverle il proprio nome ma Lei rispose: “Non è necessario. Non ti prometto di renderti felice in questo mondo ma nell’altro. Potete avere la gentilezza di venire qui durante quindici giorni?”

Intanto la voce delle misteriose apparizioni iniziarono a circolare, pochi giorni dopo la prima apparizione, già un centinaio di persone iniziarono ad accompagnare la ragazza nei pressi della Grotta. All’aumentare dell’agitarsi della folla, il commissario di polizia del distretto interrogò Bernardetta per avere maggiori spiegazioni in merito. Bernardetta gli parla soltanto di “Aquero” (Quella). Anche il parroco è scettico ed invita Bernardetta a dare delle prove sulla veridicità di quanto dice.

Successivamente, la voce si sparse in tutta la regione, Bernardetta dovette misurarsi con l’incredulità della gente, derisioni, accuse di blasfemia, altri vedevano in lei una Santa o una medium e chiedevano grazie ed intercessioni miracolose, ma lei rimase sempre umile e devota alla Madonna, continuò a rispondere alle chiamate della Vergine riportando a tutti quanto gli veniva confidato per il bene dell’umanità. Oggi, siamo noi che dobbiamo rispondere alla chiamata di Maria e ascoltare le parole di grazia che sussurra al nostro cuore.

 


“CRISTIANI” OVVERO NE’ EBREI, NE’ CATTOLICI, NE’ PROTESTANTI

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Posted on : 07-01-2013 | By : Antonio2012 | In : Arte e Cultura, Religione

“CRISTIANI”

OVVERO NE’ EBREI, NE’ CATTOLICI, NE’ PROTESTANTI

Ebrei:

Coloro che cercano di seguire Cristo senza alcun credo umano, stranamente vengono considerati come Ebrei.

E’ una cosa sorprendente ed inspiegabile! E’ vero che adoriamo lo stesso Dio, è vero che leggiamo e crediamo

anche noi nelle Scritture dell’Antico Testamento, è vero che crediamo negli stessi principi basilari di morale,

infatti nove dei loro dieci comandamenti sono stati incorporati nella legge di Cristo, e solo il comandamento

concernente l’ osservanza del sabato è stato sostituito con l’osservanza del “Giorno del Signore”.

Molti degli altri grandi principi dell’Antico Testamento sono stati incorporati nel Cristianesimo, tuttavia non siamo

seguaci della religione Ebraica.

Le differenze che impediscono alla Chiesa di Cristo di essere Ebrea sono numerose e significative.

La Bibbia presenta Gesù Cristo come il Figlio di Dio, e solo su Cristo il Cristianesimo è basato. Per i Cristiani

anche il Nuovo Testamento  è Parola ispirata di Dio (1 Corinzi 2:13). Inoltre non siamo più sotto la legge di Mosè

poiché’ gli Apostoli, sotto l’ispirazione dello Spirito Santo, hanno insegnato che essa è stata inchiodata alla croce,

che è stata totalmente adempiuta e tolta via ( Colossesi 2:14). E’ chiaro, quindi, che la Chiesa di Cristo non può

essere considerata Ebrea!

 

Cattolici:

La seconda grande categoria è quella Cattolica. Sebbene adoriamo lo stesso Dio e crediamo negli stessi Apostoli,

sia noi che essi accettiamo l’Antico ed il Nuovo Testamento, in molte altre cose abbiamo delle tali differenze che ci

portano a credere ed adorare in modi assai diversi. Ambedue crediamo che la Bibbia sia l’ispirata Parola di Dio.

Siamo d’accordo nel ritenere la Chiesa universale nel suo scopo, poiché’ Gesù disse: “Andate per tutto il mondo e

predicate l’Evangelo ad ogni creatura” (Marco 16:15).

Tuttavia ben presto si aggiunge alla grande linea che ci divide e che è costituita dalla posizione che hanno le

Tradizioni umane. I nostri amici Cattolici dicono: “Noi crediamo nella Bibbia, ma crediamo anche nelle tradizioni

dei Padri”. Essi sono convinti, quindi, che quelle tradizioni abbiano la stessa autorità della Parola di Dio.

La vera Chiesa, invece, deve essere governata solo dalla Bibbia poiché’ “Se qualcuno insegna una dottrina diversa e non si attiene alle sane parole del Signore nostro Gesù Cristo e alla dottrina che è secondo pietà, esso è gonfio e non sa nulla; ma langue intorno a questioni e dispute di parole, dalle quali nascono invidia, contenzione, maldicenza, cattivi sospetti, acerbe discussioni d’uomini corrotti di mente e privati della verità, i quali stimano la pietà esser fonte di guadagno”. (1 Timoteo 6:3-5).

Le Tradizioni dei padri hanno sviluppato, attraverso i secoli, un complicato sistema di governo ecclesiastico: il Papa sta in cima,

poi vengono i Cardinali, poi gli Arcivescovi ed i Vescovi, ed in fondo i preti e sotto di essi i laici.

Se vogliamo essere fedeli alla Parola di Dio non possiamo accettare questo sistema di organizzazione ecclesiastica perché’ il

Nuovo Testamento c’insegna chiaramente quale debba essere l’organizzazione della Chiesa di Cristo.

La Chiesa deve riconoscere solo Gesù come suo unico Capo: “Ogni cosa Dio gli posta sotto ai piedi e l’ha dato per CAPO SUPREMO alla Chiesa, che è il corpo di lui, il complemento di Colui che porta a compimento ogni cosa” (Efesini 1:22-23).

Nella Chiesa Cattolica, inoltre, vi è un complicato sistema di culto, che comprende l’uso dell’incenso, delle candele e delle

immagini. Dato che non seguiamo le Tradizioni dei padri, dobbiamo rifiutare anche queste cose. Per non parlare poi di tutte

le dottrine e le pratiche che non sono insegnate nella Parola di Dio e talvolta da Essa condannate.

E’ quindi evidente che la Chiesa di Cristo non può entrare nella casella con l’etichetta: “Cattolica”!

 

Protestanti:

La terza categoria sotto la quale gli uomini amano classificare tutto ciò che non è cattolico o ebreo è quella “Protestante”.

Secondo un modo di ragionare piuttosto discutibile, chi non è cattolico  deve per forza essere “protestante”.

Certo crediamo nello stesso Dio, nello stesso Salvatore, negli stessi Apostoli e accettiamo anche noi l’Antico e Nuovo Testamento.

Crediamo negli stessi principi basilari della morale, nella paternità di Dio e nella fratellanza umana.

Ci troviamo anche insieme a protestare contro tutte le pratiche e le dottrine antiscritturali della Chiesa Cattolica, e siamo d’accordo con loro nel ritenere quest’ultima come una chiesa apostata. Tuttavia si potrebbe chiedere che genere di protesta stiano oggi elevando le chiese Protestanti contro le innovazioni cattoliche dato che celebrazioni come quelle del Natale, della Pasqua, della Quaresima e di altri giorni speciali, sono largamente copiate dal Protestantesimo.

Anche qui giungiamo alla linea divisoria. Dio non approva modifiche e cambiamenti alla Sua Chiesa originale, quella del Nuovo

Testamento, così come non approva la predicazione di un Vangelo mutilato e cambiamenti al Suo Piano di Salvezza.

Gesù è il Pane vivente che è disceso dal cielo: “se uno mangia di questo pane vivrà in eterno; e il pane che darò è la mia carne

che darò per la vita del mondo”.(Giovanni 6:47-51).Ma molti dei suoi discepoli dissero: “Questo parlare è duro, chi lo può ascoltare?” e accadde che “d’allora molti dei suoi discepoli si ritrassero indietro e non andavano più con Lui” (Giovanni 6:60-66). Così, quando Gesù si rifiutò di “scivolare” nelle loro “caselle”, essi lo rigettarono.

Oggi quando i seguaci di Cristo dicono: “Non siamo ne’Cattolici, ne’ Protestanti, ne’ Ebrei” sperimentano la stessa reazione .

I nostri amici dicono: “Se non siete Cattolici, dovete essere per forza Protestanti”. Forse essi non se ne rendono conto, ma così dicendo fanno gli stessi discorsi che facevano coloro che rigettavano Gesù.

Quelli che cercano di seguire Cristo possono avere alcune caratteristiche in comune sia con i Cattolici, sia con i Protestanti e sia con gli Ebrei, senza però far parte di alcun gruppo ecclesiastico, siamo solamente “Cristiani”, membri della Chiesa del Cristo. Come Cristo non poteva rientrare nelle categorie assegnategli, così la Chiesa di Cristo non può essere messa in alcuna delle caselle entro le quali viene generalmente posta.

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Damasco “Giardino del Mondo”

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Posted on : 07-01-2013 | By : Antonio2012 | In : Ambiente, Arte e Cultura, Attualità e notizie, Politica, Religione, Viaggi e Turismo

Damasco “Giardino del Mondo”

In Siria la situazione è sempre più grave. L’escalation di violenza tra regime e ribelli ha ormai provocato lo sdegno di tutto il mondo. Sagge sono le parole del  patriarca Hazieem della chiesa mariana, situata al centro del quartiere cristiano nella città vecchia di Damasco, il quale ricordando la storia di Paolo sulla via di Damasco sottolinea  il fatto che “qui si radicarono la religione islamica e quella cristiana e che tutte le religioni nelle loro varie suddivisioni qui hanno convissuto per secoli e secoli” ed in favore del dialogo e della pace fra le diverse confessioni si è espresso anche il gran Muftì della moschea Omayede di Damasco. Ahmad B. Hassoun tuona contro le “ingerenze estere che fabbricano la guerra invece di lavorare per la riconciliazione fra tutte le parti”, “ C’è gente che uccide per denaro, soldi che arrivano da fuori. Ditelo. Sono armati e ricevono molti dollari”.  Ma cosa è successo in Siria?  Inizialmente c’era solo un diffuso malcontento per una crisi economica che ha causato alti livelli di disoccupazione cui va aggiunta una legittima stanchezza verso un partito che governa da oltre quarant’anni il Paese. Poi un governo che resta sorpreso dalla presenza nelle piazze di un’opposizione diffusa e tutto trascende quando le reazioni da parte della polizia diventano spropositate . Saranno condannate da Assad ,ma quando il capo del governo siriano inizia ad aprirsi alle riforme richieste dal popolo, l’opposizione si trasforma e diventa terrorismo, sempre a discapito dei più deboli.

Ecco perché il mio intento è ricordare a tutti la storia di Damasco che assieme ad Atene, a Roma  ed Alessandria, fa parte di quel gruppo di metropoli che costituiscono un punto di riferimento obbligato nelle pagine della storia. Punto d’incontro di grandi civiltà , dagli Assiri fino ai Regni Ellenistici, dai Romani ai Bizantini agli Arabi è da sempre considerata paradiso del Vicino Oriente. Damasco è attraversata dal fiume Barada, citato, nella Bibbia, col nome di Abana e chiamato dai Greci Chrysorrhoas (Fiume d’oro). È dominata a nord-ovest dal Jabal Qasiyun, un monte dell’Anti-Libano, mentre ad oriente si trova il deserto siriano. La città immersa nel verde degli ulivi, degli alberi da frutta e delle palme, nel passato dai visitatori era denominata “Giardino del mondo”. La storia di Damasco ha radici antichissime: il primo documento scritto riguardante DAMASCO risale al faraone egizio TUTHMOSE III che, nel XV secolo a.C., includeva la città nell’elenco delle conquiste portate a termine dai suoi eserciti. In quel periodo la città era già la capitale del regno degli armeni  ed era nota come  DIMACHEQ. Antichissimo centro preistorico, era ben noto ai Sumeri, che lo chiamavano Anshukurraki «Città dei cavalli». Quattro secoli più tardi divenne capitale del regno degli aramei e fu abbellita con numerosi templi. In seguito fu conquistata da assiri, babilonesi e persiani e, nel 333 a.C., cadde in mano ad Alessandro Magno, legandosi all’Occidente per i successivi dieci secoli. Nel I secolo a.C. l’espansione di Roma toccò le terre del Medio Oriente e Damasco capitolò davanti alle legioni di Pompeo: correva l’anno 64 a.C. quando i  conquistatori trasformarono il tempio arameo di Hadad in un santuario dedicato a Giove Damasceno. Nel I secolo d.C. l’azione evangelizzatrice di San Paolo diffuse il Cristianesimo nel Medio Oriente. Nel III-IV secolo il tempio di Giove subì una serie di ristrutturazioni e, per ordine di Teodosio (379 d.C.), fu trasformato nella chiesa di San Giovanni Battista. Questa consacrazione venne rispettata anche dopo la morte di Teodosio (395), quando i domini di Roma furono divisi tra gli imperi d’Occidente e d’Oriente. Durante il VI secolo la città attraversò un periodo di decadenza per via delle guerre che opposero la Persia a Bisanzio. La grave situazione provocò un diffuso malcontento nella popolazione e favorì l’avvento dell’ISLAM fra il 635 e il 636. Nel 664 prese il potere il terzo califfo islamico, Uthman , seguace di Maometto ed erede di un’antica dinastia di oligarchi della Mecca, che però fu ucciso da un gruppo di ribelli egizi nel 656. Al suo posto salì al potere Alì, accusato , in seguito, di essere coinvolto nell’assassinio del predecessore . L’opposizione  fu guidata da Muawiyya, nipote di Uthman e governatore della Siria che alla morte di Alì si fece proclamare califfo, ponendo le basi del potente impero arabo. La dinastia degli OMAYYADI rese Damasco la città più potente del mondo, capitale di un Regno che si espanse dalla Spagna all’India tra il 661 ed il 750 e lo rimase fino al 744 quando l’ultimo califfo Marwan II spostò la capitale ad Harran. Damasco perse allora il suo grande potere politico che non riuscì più a recuperare e con l’avvento degli Abbasidi decadde a centro provinciale. Dopo una serie di rivolte, infatti, nel 749 Abu al-Abbas venne proclamato califfo e diede inizio alla dinastia degli abbasidi, che trasferirono la capitale dell’Islam a Bagdad, facendo retrocedere DAMASCO al ruolo di semplice capoluogo di provincia. Nel 1076 la città cadde infine nelle mani degli ottomani. L’emiro Nue al-Din ne rinforzò le difese e fece costruire uno dei più celebri ospedali del mondo medievale, quello di al-Nuri. Nel 1176, due anni dopo la morte di Nur al-Din,  Saladino entrò in Damasco, egli fu l’ultimo grande sovrano della città prima che una lunga serie di lotte intestine favorisse la conquista mongola nel XIII secolo. Liberata dai mamelucchi, nel 1400 fu saccheggiata da Tamerlano, che portò con se’ a Samarcanda non solo i grandi tesori della città, ma anche gli artigiani più esperti. Nel 1516 gli ottomani conquistarono di nuovo Damasco e la dominarono per quattro secoli, durante i quali venne relegata a un ruolo di modesta importanza. Capitale della SIRIA indipendente, Damasco è soggetta a un ambizioso progetto di recupero del suo centro storico, che mira a riportare agli antichi fasti i suoi monumenti, quando la città era un faro di civiltà nel Medioevo. Duramente governata da Gemāl Pasciā durante la Prima guerra mondiale, Damasco fu liberata nel 1918 da forze angloarabe (il nazionalismo arabo si risvegliò ed originò la cosiddetta Rivolta Araba, appoggiata dal governo britannico , che portò alla liberazione dei paesi assoggettati agli ottomani, tra cui anche la Siria).Ma il tentativo di rifarne la capitale di un regno arabo, con il figlio dello sceriffo della Mecca Faisal, che si proclamò nel 1920 re di Siria, incontrò l’opposizione della Francia e fallì. Sconfitto, Faisal lasciò Damasco e questa fu proclamata capitale della Repubblica siriana, sotto mandato francese. Negli anni successivi, la resistenza siriana contro l’occupazione francese si espresse in ripetute agitazioni e rivolte (la più cruenta tra 1925 e 1926) fino al conseguimento della piena indipendenza nel 1946.

La città ellenistico-romana aveva una cinta di mura rettangolare, l’impianto urbanistico era ortogonale, con isolati regolari. L’asse principale era la “Via diritta”, citata negli Atti degli Apostoli; parallela a questa vi era una strada che collegava l’agorà con il tempio di Zeus.

Situata nell’antichissimo quartiere di Bāb Tūma (Porta di Tommaso),la Grande Moschea, è senza dubbio uno degli edifici più importanti e rappresentativi della città, essa è il più importante luogo di culto della capitale. La sua costruzione ebbe inizio nel 706 su ordine di al-Walid, sesto califfo omayyade, sul luogo un tempo occupato dal tempio arameo di HADAD e in seguito da quello romano di Giove. Innalzata in dieci anni, doveva simboleggiare la potenza degli omayyadi. La vastità e l’armonia delle sue proporzioni, la ricchezza delle decorazioni, lo splendore dei materiali e il fantastico chiaroscuro della navata principale testimoniano che l’obiettivo fu raggiunto.

Il complesso presenta un cortile esterno lungo 385 metri e largo 305, delimitato da un muro, affiancato da tre torri quadrate ,(i tre minareti, costruiti in stili diversi), utilizzate sia come terrazze, sia per la chiamata alla preghiera del muezzin.  - Due di queste torri si trovano all’estremità del grande muro di fondo (quibla), mentre la terrazza si eleva sul lato opposto. Il cortile interno è

circondato su tre lati da un porticato coperto a doppia arcata e conserva un edificio a pianta ottagonale, sormontato da una cupola che poggia su otto colonne con capitelli corinzi, conosciuto come “CASA del TESORO” per via della sua ricca decorazione. La navata principale, posta sul lato del recinto, è suddivisa in tre sezioni parallele separate da colonne. Nel senso della lunghezza si nota un’ulteriore suddivisione in tre settori: i due laterali presentano un soffitto in legno con decorazioni geometriche, mentre quello centrale è coronato da una volta splendidamente stuccata che porta al Mihrab ovvero una piccola cappella che completa la struttura interna della navata, in cui, secondo la tradizione, sarebbe conservata ,in un grande cenotafio, la testa di San Giovanni Battista venerato dai musulmani come uno dei maggiori profeti prima di Maometto e quindi reliquie considerate sacre sia dagli abitanti del posto, in gran parte sunniti, sia dalla minoranza sciita, sia dai cristiani. La Grande Moschea fu danneggiata da ripetuti incendi nel 1069, nel 1400, nel 1479 e nel 1893 e perciò conserva molto poco della sua decorazione originale.

 


I Re Magi

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Posted on : 03-01-2013 | By : tonidigrigio | In : Altre, Arte e Cultura, Religione

Contrariamente a quanto si pensi, i Re Magi sono citati solamente nelle pagine del Vangelo di Matteo. L’apostolo li descrive come dei Magi che dall’Oriente arrivarono a Gerusalemme durante il regno di Erode alla ricerca del piccolo Re dei Giudei.

Infatti, al ruolo dei magi viene associato il concetto dell’Epifania e cioè apparizione. L’Epifania è una festa molto importante per il cristianesimo, dove si commemora l’apparizione dell’astro, che dall’oriente guidò alla culla di Gesù i re magi. Ma sono moltissime le storie e le leggende che orbitano intorno alla tre figure, soprattutto tratte dai Vangeli Apocrifi e da ricostruzioni storiografiche o deduzioni.
L’immagine più comune è quella di tre re provenienti da regioni del mondo diverse: Oriente, Africa, Occidente, seguendo la scia della stella cometa per rendere onore al piccolo Gesù, testimoniando in prima persona l’avverarsi delle Sacre Scritture e dando voce dell’arrivo del Salvatore sulla terra.

Il numero dei tre Re Magi ha una forte valenza simbolica: non solo perchè il numero tre indica l’equilibrio e la perfezione, ma secondo alcuni rappresenterebbero le discendenze dei tre figli di Noè, Sem, Cam e Iafet, per altri i Re Magi che seguirono la Stella erano quattro e non tre come da tradizione.

Ma come si chiamavano i Magi? Secondo la religione Cristiana i magi si chiamano Gaspare, Melchiorre e Baldassarre, ma anche per quest’aspetto le fonti non sono concordi. Le fonti più antiche si rintracciano in Egitto, nel complesso monastico di Kellia, dove sono stati rinvenuti i nomi di Gaspar, Melechior e Bathesalsa.

Melchiorre è il sovrano più anziano, il nome stesso deriverebbe da Melech, che significa Re.
Baldassarre deriverebbe da Balthazar, antico re babilonese; Gasparre, per i greci Galgalath, significa signore di Saba. Ma il culto dei magi non viene riscoperta solo nel periodo natalizio, infatti la tradizione vuole che le reliquie dei Re Magi furono recuperati da Sant’Elena dall’India e portati a Costantinopoli. Successivamente le relique furono trasportate a Milano, ancora oggi, nella chiesa di Sant’Eustorgio ne viene celebrata la devozione.

Anche i doni offerti a Gesù hanno un significato molto particolare, sottolineando la duplice natura di Gesù, umana e divina: l’oro perché è il dono regale per eccellenza e Gesù è il Re dei Re, l’incenso, per lodarne la natura divina, perchè Gesù è Dio, la mirra, utilizzata nella tumulazione delle spoglie mortali, perchè Gesù è uomo.